Fondazione «Giovanni, Maria Teresa e Marino Piazzolla» riconosciuta con deliberazione n° 6487 del 1 Luglio 1988 Giunta Regionale del Lazio

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Studi » Donato Di Stasi: Gloria clandestina dell'eteronimo Ratti

Piazzolla copre con la sua scrittura i generi più disparati: il dialogo mitico, la melica monodica, il diario, gli aforismi dei Detti immemorabili di R.M. Ratti usciti nel 1966. In letteratura si abita solo nel luogo che si sta per abbandonare, si garantisce la durata solo distruggendo il tempo. L'eteronimo Ratti sperimenta la consumazione della vita istintiva e rovescia passività e sofferenza nella strana figura del saggio-nichilista che partecipa al nulla, imparziale e sereno. I detti immemorabili sono brandelli proteiformi, incoerenti e parziali, ma sufficienti a svelare le cose nell'ordine naturale dei fenomeni e nell'ordine artificiale della società. Piazzolla compone un'opera grottesca in un tono inusitato per il nostro mondo letterario: della sua creazione molti si sono avvantaggiati (per esempio l'umorismo di successo di Marcello Marchesi), ma pochi ne riconobbero l'importanza al momento della pubblicazione. Ratti incarna l'uomo superfluo come l'Oblomov di Goncarov[1]: l'uomo di troppo la cui inazione non deriva dall'incapacità soggettiva di dominare la volontà, quanto dalla coazione esterna che impedisce la libera espressione delle energie interiori. Oblomov può solo sopravvivere a se stesso, o lasciarsi morire d'inedia, dal momento che la sua morte elabora stanchezza e scetticismo. Gli aforismi di Ratti denunciano per un verso un'anima infantile dall'altro entra in scena un personaggio velleitario, insoddisfatto, disorientato, statico rispetto alla vita sociale. Corroso dallo spleen, vive sospeso tra il reale e l'immaginario, tra il grottesco e il tragico, tra la noia e le avventure della quotidianità:

PROVA ANTROPOLOGICA DELL'ESISTENZA DI RATTI. Non mi risulta che Dio si sia occupato, qualche volta, di dimostrare sia pure per scherzo o distrattamente la mia esistenza. Si divertirebbe sul serio[2].

I detti immemorabili sconfinano nell'allegoria carnevalesca, nella dimensione della giullarata. L'opera è un surreale abbecedario di paradossi, di proposizioni strampalate, di equivoci, di monologhi farseschi, di irriverenze. Ratti si presenta come un bislacco buffone che vede la tragedia del suo tempo alla rovescia e sa ridere di sé. Si capisce che Piazzolla ha in uggia i letterati ancorati a un mediocre pessimismo piccolo borghese, lontana scimmiottatura della fì-nesse leopardiana. Nemmeno nella scrittura lirica più struggente il nostro autore intona il canto mortuario e serioso così caro ai critici sibillini. Rispetto alla pretesa bassezza dell'ideologia grottesca, Piazzolla insiste che il controsenso, il motto di spirito resistono nell'immaginario con il loro potente messaggio. Al riso non si sfugge, né Ratti intende guarire dalla sua mattocchieria; gli toccherebbe di diventare ancora più infelice:

PRIMATO. Prima dell'uno viene lo zero. Ma prima dello zero vengo io[3].

Volenteroso istrione senza tavole di palcoscenico, Ratti perlustra in lungo e in largo gli anni del miracolo economico italiano e i primi umori della decadenza morale che ne sarebbe derivata: il denaro macera i rapporti umani facendo saltare agli occhi chimere e parpaglioni. Si impara presto a riconoscere in Ratti l'eco del cantimbanco Giulio Cesare Croce[4], il riso spettrale e filosofico di Michelangelo Buonarroti nei cinquanta epigrammi in quartina, nei quali la sua agudeza si esercita in maniera terribile[5]; le ombre luminose del più rutilante Rabelais[6].
Piazzolla torna alla concezione rinascimentale di assegnare al riso un valore di universalità nell'intuizione del mondo.
Nei successivi XVII e XVIII sec. il riso è stato relegato tra i generi minori, potendo riguardare solo i comportamenti sociali negativi da punire attraverso la rappresentazione di figure caricaturali. Il riso di Piazzolla intende seppellire l'enorme chiacchiera della modernità, per ristabilire una diversa visione delle cose.
Riecheggia l'antica formula aristotelica che riservava all'uomo, unico tra gli esseri viventi il privilegio del riso. Privilegio di natura spirituale, legato alla facoltà dell'istinto come premonizione di saggezza.
All'io bisogna tornare per ancorare il senso del presente, adeguandosi al-Finseciiritas e salvando l'essere dal nulla.
Eliminare la precarietà dell'individuo sembra essere il compito che Piazzolla si assume nei toni grotteschi dei Detti immemorabili:

DELICATEZZA. Poeta timido off resi come amante o nuvola di passaggio[7].

Ratti si esclude dal mondo per soddisfare nel paradosso della solitudine l'ansia di libertà e di autonomia come individuo.
L'impressione che egli non giunga a destinazione, che nessuna meta sia conquistata non è sbagliata: ma è la condizione contemporanea della lontananza interiore dalle cose e dagli altri. Tutto appare così vicino, in realtà è irraggiungibile. Ratti non reclama altro che le sue riflessioni ne generino altre e che i suoi pensieri non si fermino in se stessi: il movimento del linguaggio è l'ultima risorsa. E un appello agli archetipi poetici seppelliti nell'inconscio collettivo, alle forze addormentate nel silenzio dell'anima:

L'UNICO LIBRO. Leggo il mio pensiero senza sfogliarlo mai. È ormai l'unico libro che riesco a leggere[8].

Il monologo del personaggio eteronimo rimane senza destinatario. Il teatro è vuoto, il pubblico lusingato da altre sirene. Non ha nessuno con cui parlare, è il parlante-ascoltatore, gli unici suoi referenti sono l'ombra e lo specchio.
L'ombra si manifesta come la degradazione massima della luce, il confine dove il mondo si perde; lo specchio assolve, alla maniera di Cocteau[9], la funzione di riflettere il pensiero e il corpo come somma di parti. Le meditazioni di Ratti sono rivolte al suo io, apparentemente chiuse in sé e dinamicamente esaurite in una sola persona. L'autoascolto induce l'autocoscienza e dice della natura tragicomica della società. Il lettore spesso non intende accettare una tale notomizzazione e preferisce cogliere i soli aspetti umoristici, salvaguardando la propria visione delle cose, che nessuno spirito caustico deve intaccare. Gli improvvisi fulgori si attenuano, rimangono lontani barbagli che le armature dog-matiche dell'uomo-massa spengono definitivamente. Ratti come antieroe lirico non lesina aspra e amara ironia. Simula ignoranza, ma la sua capacità creativa si sente scorrere nel riflesso della poesia:

IL SILENZIO È D'ORO. La mia ombra è più saggia di me: non parla mai. Per prudenza non fa nemmeno l'eco quando dico soltanto: io[10].

LO SPECCHIO. Mi specchio: da uno divento due. Chiudo gli occhi e non sono più nessuno[11].

Ratti si conferma professionista del dubbio iperbolico. Non attraversa la fase metodica, le sue schegge sono saettanti. Lo stile adottato è aggressivo (lampi e invettive) per smascherare l'assurdità del quotidiano. Ratti è il grande scettico, il freigeist, il dissacratore dell'arte contemporanea che si involgarisce sempre più e riduce ogni sua espressione a svago. Libero dalla paura di dover spendere le monete false della decadenza, libero dalla pseudo-trascendenza di moda, egli sa che la vita è una malattia e ammala ogni cosa che tocca. Ratti riesce a una scuola del sospetto[12] per sottoporre a critica feroce idee e sentimenti morali. Le sue ipotesi oscillano tra consolazione e inganno che analizza con precisione chirurgica senza la sinuosità dei preconcetti e le impalcature fatiscenti del senso comune. Si è di fronte a un viaggiatore disincantato, ma reale. L'impulso vitale, represso all'esterno, urge all'interno: questa libido repressa si ritorce in forme masochiste, si interiorizza fino a infliggersi penitenze semiserie:

DELICATEZZE DI UN SETTIMINO. A volte, per non disfare il letto, dormo fra le lenzuola, in un tiretto[13].

Una gioia crudele brilla nell'occhio dell'asceta, fanaticamente antimomo-derno. Ratti è l'individuo malato, ma anche il malato più interessante: senza colpe, senza peccato. Egli rappresenta l'innocenza prima del salto nella storia e nella civiltà. È un epigono e un fondatore. È l'uomo peggiore, perché soppesa errori e orrori, perché compone il testo grandioso e perverso della sua vita: pagine piene di volute insensatezze, pagine oscuramente bianche. Ratti non si risolve a educarsi come docile, mediocre, infelice animale-massa inseguendo il disperato perfezionamento del gregge sociale. Il conformismo gli ripugna, meglio l'esuberanza dell'individuo premorale che deve balzare di nuovo fuori dionisiaco, attivo, energetico. Ratti odia l'opinione rassicurante: finalismo e meccanicismo offrono la stessa dimensione castrante, mentre il tempo si assottiglia, diventa piccolo, molto tollerante, ma anche molto noioso come se il nulla non volesse essere altro che nulla:

TITANICA. Sono finalmente arrivato a fermare il tempo. Ho tolto le lancette al mio orologio[14].

Ratti opera spostamenti e deformazioni per ricondurre il fondo oscuro della vita a qualcosa di conosciuto: la verità rimane una constatazione particolare, del tutto soggettiva. Comprendere per il personaggio è sempre valutare, uno sfondamento metafisico della porta del caos e una difesa pragmatica contro la morte, maestra di seduzione. L'esistenza autentica si svolge a livello inconscio, perché la natura tende a nascondersi. Si avverte l'impressione che Ratti comprenda in sé tante individualità così che mente, volontà, unità, appaiono parole vuote. Una pluralità di coscienze si dibatte nei suoi pensieri, una ragione che senza interruzione protegge la sua sopravvivenza, cercando nuove relazioni con altri io nella configurazione di eteronimi:

L'OSPITE PENSANTE. Quando penso e parlo tutti credono che sia io a pensare. Invece, soltanto io so che è sempre un altro a pensare al posto mio. Forse sarà la mia ombra[15].

Ratti è Diogene divenuto ancora più, esigente. Rinuncia a tutte le formule metafisiche, sfida le convenzioni e fa esplodere le contraddizioni nella mente del lettore. Sceglie il corporeo come stanza di solitudine, perché in ogni suo angolo giunga il fiele delle sue insolenze e la lucidità del suo guaire:

INDICAZIONE. Ho scritto dietro la porta: il campanello è rotto, si prega di abbaiare[16].

Piazzolla si dimostra convinto che la dottrina del bello non possa definirsi nell'indipendenza da un fine (la direzione dell'estetica dopo Kant e Schiller), altrimenti si cade nella pretesa che l'arte debba avere al proprio interno, soprattutto nello stile, la forza della propria autonomia dal reale. Contro questa visione che riduce l'individuo alla sola univeralità dello spirito, Piazzolla persegue il movimento contrario: spinge il suo personaggio al grado più basso di umanità, lo animalizza come se il piacere di Ratti dovesse scaturire da questo trionfo sull'umano. Oggettivata la condizione deformante, Ratti accetta la sfida di vivere la totalità di corpo e anima, ma per il momento anche lui è senza corpo, da qui l'animalità come corpo preso a prestito:

DUBBIO AMLETICO. Mi sono ammalato. Sono indeciso se farmi visitare da un medico o da un veterinario[17]

Il fatto che Piazzolla si sia creato un eteronimo animale e che gli aforismi parlino di galli, farfalle, canarini, vacche, api, cagne, pappagalli mostra la forza di accettare la complessità della natura umana istintuale-affettiva-razionale. Restio a commediare su stantii sistemi dottrinali, Ratti evita i sermoni, riservandoci nei sogghigni bestiali una facoltà di esagerazione (hybris) che dilata la situazione fino a imporne tutta l'anomalia: incendio e cenere di suoni che innervano il rischio dell'esistere, che producono una violenta vertigine. Anche se questa non è la via d'uscita dalla crisi, è di sicuro la determinazione a non farsi fagocitare dalla ripetitività delle macchine, dall'astrattezza del consumo feticistico del denaro. Da una nuova grammatica del vivere escono pensieri che si pensano da soli, che si producono per associazione spontanea di tutti gli individui, umani e animali, che dimorano nell'io plurimo del personaggio. Piazzolla sfrutta un registro esasperato, inverosimile per demolire i fondamenti dell'anti-saggezza. Ratti è il saggio soliloquente che predica senza sosta. Asistematico per definizione, ricomincia di continuo come se gli avvenimenti non lo saziassero mai, né le parole fossero adeguate. Tutto sembra occasionale nella sua vita, entra nella striscia di luce, si rende visibile per comunicare dopo aver attraversato la penombra, perché qualcuno fermi il suo vagare all'interno e al di fuori di se stesso. Ratti subisce in definitiva la condanna e il privilegio dell'estraneazione:

ASPIRAZIONE. Scrivo per dare un significato al tempo che passa e anche perché il tempo mi dia un significato che resti[18].

Donato Di Stasi

[1] I. A. Goncarov, Oblomov, Milano, Garzanti, 1988.
[2] Marino piazzolla, I detti immemorabili di R. M. Ratti, in Omaggio a Marino piazzolla, Roma, Fondazione Piazzolla, 1992
[3] Ivi, p.106.
[4] Cfr. A. Tartaro, Il primo Quattrocento toscano, Bari, Laterza, 1981.
[5] M. Buonarroti, Le poesie e la vita, Roma, Mancosu, 1993.
[6] Cfr. M. Bachtin, L'opera di Rabelais e la cultura popolare, torino, Einaudi, 1979.
[7] Marino Piazzolla, I Detti immemorabili di R. M. Ratti, cit., p. 96.
[8] Ivi, p. 97.
[9] AA. VV., Poeti francesi del Novecento, a cura di Valerio Magrelli, Roma, Lucarini, 1991, p. 3.
[10] Marino piazzolla, I detti immemorabili di R. M. Ratti, cit., p. 102.
[11] Ivi, p. 93.
[12] E' la definizione del filosofo Paul Ricoeur.
[13] Marino piazzolla, I detti immemorabili di R. M. Ratti, cit., p. 105.
[14] Ivi, p. 111.
[15] Ivi, p. 108.
[16] Ivi, p. 95.
[17] Ivi, p. 113.
[18] Ivi, p. 98.

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