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Opere » Lettere della sposa demente

intervento critico di Paolo Marletta da "La Fiera Letteraria", 5/10/1952

Copertina della traduzione in francese e provenzale di Reinié Mejean

Traduzione in francese e
provenzale di Reinié Mejean

[...] La demente è una sposa appassionata, semplice come una bambina e insieme, appunto, una pazza: ne vien fuori una psicologia d'eccezione che ha una sua logica interna, pur nell'apparente disordine. E i versi d'una leggerezza e finezza meravigliose ci creano davanti stati d'animo, aspirazioni, tormenti e follie che svaniscono gli uni negli altri, con il capriccio appunto della mente svanita, che innocua fantastica e crede ai suoi sogni. Le citazioni dovrebbero essere lunghe, poiché rari sono gli abbassamenti del tono poetico, le negligenze che non siano riscattate da una superiore maestria. Ma basteranno pochi versi a dare al lettore un preciso saggio d'una poesia che è lontanissi-ma dalla letteratura, cioè dal compiacimento di se stessa. «Eccoti la prima lettera dell'anno. / lo sono ancora accanto alla finestra. / Mia figlia è già cresciuta: / è alta come un pesco. » Questo tono dimesso e domestico vien mantenuto per tutta l'opera, ed è una sorpresa per chi legge accorgersi di quante risonanze, e trasformazioni ed impennate esso sia capace. Ecco un approfondimento di femminile tenerezza. «Se mi vedessi in sogno, / non dirlo che a te stesso. / Qualcuno che non vedi / potrebbe dirti: è un sogno; non è vero; / e ti rimetteresti a non pensarmi. »; e una larghissima vena di canto, in cui affiora una pietà di se stessa e come un barlume di lucidità: «Le amiche mie son tutte seppellite: / da anni si son fatte margherite. / Quando, un tempo, venivano quassù, / io raccontavo loro la mia storia / ed esse mi guardavano felici, / dicendomi: sovente torneremo! / Ti dico che soltanto, / da quel tempo, / soltanto il vento torna e più nessuno.» La demente invecchia, dimagra, incanutisce: «Per dirti che son viva fino al sole / ho indossato quassù l'ultima veste. / È un po' larga, lo so, ma non importa: / è tutta bianca come i miei capelli! » Ed ha un presentimento di morte: «Ogni oggetto da tempo è impolverato. / Le amiche di una volta / non vengono che in sogno. / Dovrò, fra poco, andarmene in collina. » La casa della demente è presso un giardino, circondata dall'aperta e vivida aria della campagna: albe, tramonti e meriggi avvolgono la povera donna e danno una visibile rispondenza alla sua anima folle: «Aprile è dietro i vetri. / La mia collina è fragile di verde. / Intanto dietro il lume di ogni stella / vagano gli occhi miei intirizziti.» oppure: «La luna s'è levata sul giardino, / e ancora veglio!... / Se dove sei la luce è così bianca / pensami un istante!...». Veramente qui è stato torto il collo all'eloquenza. Scavando in sé medesimo il Piazzolla ha saputo trovare una voce freschissima di poeta, d'una persuasiva tenerezza. Ha creato questa demente che resterà nell'animo del lettore come una suprema invocazione di pietà e di bontà, questa demente che allarga la sua tenera follia fino al limite dell'orizzonte: «Se un giorno mi dicessero di andare, / andare per cercarti, in fondo al cielo, / io mi vestirei come una sposa.»

Paolo Marletta

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recensione di Cristanziano Serricchio

da "L'Albero", n. 56 (1976), Ed. Milella

Presentazione delle Lettere della sposa demente, a Roma, nella Sala Baldini.
Da sinistra, Antonella Calzolari, Emerico Giachery, Velio Carratoni,
Michele Dell'Aquila, Donato Di Stasi

Presentazione delle Lettere della sposa demente, a Roma, nella
Sala Baldini. Da sinistra, Antonella Calzolari, Emerico Giachery,
Velio Carratoni, Michele Dell'Aquila, Donato Di Stasi.

Apparso nel 1952 in ristretto numero di copie per gli amici, il poemetto di Marino Piazzolla, (Lettere della sposa demente con prefazione di René Méjean, Roma, Ippogrifo, 1975, pp. 86, s. p.) rivide la luce nel 1960 nell'edizione milanese di Cino del Duca, curata da Eugenio Montale, ed ottenne la medaglia d'oro del Presidente della Repubblica nel Premio Viareggio 1961.
René Méjean lo ripropone ora nella sua collana «I poeti Universali » definendolo nella prefazione «un capolavoro della poesia italiana d'oggi, ma anche uno dei capolavori della poesia europea». Le Lettere segnano certamente una tappa qualitativamente molto importante nella quasi cinquantennale attività poetica di Piazzolla e il momento più significativo per i sicuri approdi di scrittura e di ricerca da lui raggiunti. E del 1953 infatti la raccolta Esilio sull'Himalaya, che ebbe il meditato consenso della critica e il Premio Chianciano di quell'anno.
Piazzolla si cimenta con uno dei temi più difficili ed eterni della poesia di tutti i tempi: l'amore, e la forma prescelta del poemetto, in tre tempi costituiti da brevissimi frammenti, gli consente di esprimere uno dei più struggenti canti d'amore in una costante tensione lirica, che via via si fa nella solitudine e nel silenzio slancio disperato, speranza e infine sofferta aspirazione a una realtà trascendente.
È un canto che nasce dal vuoto del silenzio, una lenta e cupa nenia, musicale variazione di un unico tema che si ripete con dolce amara scansione del tempo, del giorno come delle stagioni, dalla giovinezza alla vecchiaia, in un luminoso spazio metafisico.
Ciò che più stupisce è l'atmosfera rarefatta, il cielo di pura spiritualità, in cui perdono contorni e precisazioni i personaggi di questa favola eterna. In assenza del tempo la mente della sposa, o per dir meglio del poeta, proietta fuori di sé il suo bisogno d'amore per farne una creatura vivente, ma staccata e irraggiungibile, prigioniera in una incolmabile e necessitata lontananza.
L'isola, nella quale l'amato vive di pura essenza spirituale, è lo spazio dove la sposa confina il suo amore drammaticamente e vanamente atteso. Così personaggi, labili come voci, irreali, creati dalla sua demenza sono anche il padre, la madre, la figlia, protagonisti con lei e lo sposo di una vicenda senza storia se non di amore e di morte.
Qualche ascendenza potrebbe offrirla il mito di Saffo e Faone, ma qui il poema sta a rappresentare l'unico dramma interiore di una donna che nell'assillante dialogo con l'amato, ama contrapporre come eco al proprio dolore quello dell'altro ed entrambi creano nella forte intensità drammatica, che li anima, un tempo limpidamente poetico, come in una tragedia antica.
La forma è quella dei frammenti, che sono brevi pensieri e singulti d'amore, il linguaggio semplice ma pervaso da un tono aulicamente lirico, che fa apparire questa poesia d'altri tempi, mentre in realtà, sia nella invenzione sottilmente razionale, sia nella finezza delle notazioni psichiche, è invece ricca di quel modernismo che pervade tutta l'opera poetica di Piazzolla garantendogli una presenza viva nella poesia italiana contemporanea.

Cristanziano Serricchio

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da Lettere della sposa demente

PROLOGO

In un villaggio delle Fiandre,
Presso un giardino,
Una donna girava per le stanze,
Ormai fuori del tempo.

Lassù, dove una quercia si torceva,
Viveva con se "essa, come in sogno.
Non contava i giorni,
Non sapeva gli anni;
Quale ombra fosse chiusa nel suo cuore.

Nessuno mai l'amò.
Nessuno giunse fino al suo rifugio.
Essa attese, rosi, piena di tempo:
Attese qualcuno che mai venne.
E soli, in quelle stanze,
Rimasero i suoi occhi.

Avvenne che impazzì
Ma fu più bella
Per ricordarsi ch'era ancora viva.

Così, una volta, le accadde di sposarsi
Ma non come le altre, quasi in sogno.
E allora l'uomo se ne andò lontano:
Pani senza neppure dirle addio.

Poi che divenne madre, fu felice:
Felice di qualcuna che non c'era...

Mai seppe quanto attese;
Quanto scrisse e a chi.
Mai seppe chi le rispose;
Perché fu sposa e madre.

Si fece intanto bianca:
E andò a morire sopra una collina.

Copertina di Lettere della sposa Demente,
edizione del 1975

Copertina di
Lettere della sposa Demente,
edizione del 1975

I. TEMPO

Mi sento nuova e il tempo mi travolge.
Mai m'abbandoni:
Tu vibri col mio petto e resto muta,
Piena del tuo silenzio.

Vedessi come freme la mia veste
Se tocca il cuore.
Il viso mio s'arrossa,
Acceso dal tuo soffio.

Io sento che tu m'ami.
Lo dice il sole, l'albero fiorito:
Lo dice il gallo al sommo della notte...
Così vedo tremare, appena è giorno,
La mia innocenza consacrata a te.

Quando giunge la sera,
Io ascolto le stelle suonare,
Curve sul cuore.
Ho voglia solo di pianto
Per sentirmi più viva.

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Ho udito mia madre; e triste era la voce
In altre stanze.
Forse non sa più nulla dell'amore...
Mi sono messa subito a cantare,
Ho spalancato i vetri,
Ho spalancato il cuore...
Ed essa s'è zittita.
Poi ha ripreso il canto.
Io l'ho sentita quasi innamorata
Come fosse di nuovo giovanetta.

Oggi mi sento un'altra
Perché t'ho visto solo.
Tu andavi altrove... quasi illuminato,
Come andassi a una festa.

Non so perché scrivo il tuo nome
Sui libri: disegno
Il tuo volto
Appena mi trovo sola
O incomincia a suonare
Altrove una musica nota.

Pensandoti così,
Io sento che rinasco:
Forse m'allungo lieve come l'aria,
Fino alle prime stelle.

Non c'è istante
Ch'io non oda
L'eco della tua voce:
Il dolce rumore dei passi.
Basta così poco all' amore;
Basta un nulla
Che un giorno diventi eterno.

A volte io mi sento smemorata:
Come fossi già morta.
Come ci muta amore
Da un giorno all'altro.
Così mi guidi, fai luce:
Sei già la vita in tutta la mia vita.

Oggi l'aria è uno squillo:
Sono fioriti i rami innanzi ai vetri.
Ed essere una rondine vorrei...
E inseguirti, impazzita.

Poi che la sera mi raccoglie stanca
E la mia stanza trema,
L'ombra mi suona come un soffio lieve.
Tu mi tieni sospesa ed io ti chiamo.

La notte è tramontata.
Odo un canto lontano...
Oh voce del mio amore!
Tra poco verranno i raggi
E mia sarà l'aurora.

Sovente mi reggi il volto
E il vento viene a fremere sui rami.
Sento che il tempo è fermo alle tue mani
E mi abbandono come fossi presa
Soltanto dal tuo sangue;
Intanto impallidisco.
[...]

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