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Opere » Marotta e le donne

da "LA FIERA LETTERARIA", 20/1/1963

Le antenate (ancora vive in una drammatica e mai estinta famiglia poetica) de "Le Milanesi" (Ed. Bompiani, 1962) sono "Le Madri", opera che Marotta scrisse, anni or sono, allorché sua madre, dai luoghi misteriosi della morte e della memoria, tornò a ricordargli che i segreti del sangue sono le sole ombre distese innanzi alla vita di ciascuno di noi e che la verità d'ogni vicenda umana s'identifica colla bellezza a patto di non tramutarsi in seducenti finzioni letterarie, ma di rivivere, nelle parole, le tragiche invenzioni del destino.
In ognuna di queste "Milanesi", fantasmi gentili che sembrano vivere sognando, ma che riescono a fare dei loro sogni una vicenda reale costretta nel dolore vivo e nelle illusioni, Marotta ha scoperto, nei momenti alti e felici della narrazione, la madre qual essa è in una società meridionale (la donna del Sud che si trapianta al Nord) e con sé trascina un cuore spalancato alle lusinghe, agli inganni, alle speranze, ai propositi di trasformare le zone banali dell'esistenza in una serie di atti poetici, di fatti quotidiani proiettati in una zona di luce dove si scoprono, stampate sul negativo del vuoto, storie intense di personaggi sconfitti o illusi di aver vinto se stessi o il mondo.
In questo libro ritmicamente contratto, dove la parola acquista la vibrazione dell'anima femminile, guadagnando vigore in uno stile che ha la forza della poesia umana inventata dall'uomo, Marotta si moltiplica come in tanti specchi che, per incantesimo, non riflettano più la sua immagine esteriore, ma il fantasma sempre caldo e in lui nascosto della madre, di sua madre, sdoppiata in tanti ritratti femminili. Ritratti che parlano da un fondo luminoso, dove si riesce a individuare il punto in cui la esistenza, selezionandosi, si fa poesia e dove la poesia non può essere altro che racconto nudo, straziante, a volte estroso perché più pieghevole ai moti del cuore, in altri momenti elegia, e, quasi sempre, distaccata rievocazione.
I personaggi che Marotta ci offre come dolci compagni delle nostre sere sono anche dentro di noi perché li abbiamo visti, conosciuti, amati, lasciati soli in un punto del nostro tempo umano, al paese, in famiglia, nelle case degli altri, nel mondo dove si usa ancora vivere e delirare quasi dietro gli aspetti aspri della vita. Sono personaggi che scelgono soltanto i movimenti poetici proprio perché sembrano più lontani dalla poesia. E dato che la poesia dell'esistenza si avvicina a noi attraverso la presenza fisica o metafisica della donna (quanto èpoeticamente drammatico lo sperare e il disperare della donna - fanciulla, sposa, amante, madre) Marotta ha scoperto in queste "Milanesi", che possono essere benissimo napoletane, sarde o siciliane, donne e madri di una società che conserva e rispetta certe profonde illusioni che poi vengono a farsi luce negli occhi, nei gesti, nelle parole, nella carità.
Il retroterra di Marotta è quell'antichissimo delirio che è vivo e presente dove c e un uomo che organizza la sua realtà in modo estroso perché ha un vecchio dolore da nascondere o da confessare in un racconto denso di riferimenti agli attimi poetici dell'esistere. E non è forse quest'altro personaggio "Concetta", l'amalfitana che, dopo aver dialogato con se stessa e col fantasma del suo uomo, morto, sepolto oltre il buio degli ultimi ceri smoccolati, sta delirando? Concetta si dà soltanto coraggio. Ha qualcosa che la consolerà nel tempo:
"Me ne tornerò ad Amalfi, con Lorenzo, s'intende... appena e come le usanze di qui lo consentiranno. Eh, Lorenzo? Il cimitero di Amalfi è un giardino: protetto dalle rocce e intiepidito, quando il sole gli manca, da un mare lanoso. Io verrò tutti i giorni da te, col mio lavoro d'uncinetto. Amalfi ti scalderà, benedetto, con i succhi e gli umori suoi. Parleremo, finalmente".
IMarotta sa benissimo che un'amalfitana, davanti alla morte del più caro dei congiunti, dice queste e altre frasi. Le dice perché è così. La morte, al Sud, rende poeti i sopravvissuti e distrugge, d'un tratto, gli aspetti banali, volgari della vita. E il Sud parla in Marotta, più che attraverso Napoli, attraverso sua madre. È un Sud che sorge dal sangue e da una memoria solitariamente tragica: come un grumo di cose vere e sognate, in una regione dell'infanzia o della giovinezza. Poi viene il prestigio dello stile a permettere uno scavo adeguato alla forza dei ricordi e delle emozioni. I grandi scrittori, per istinto, sanno che i loro personaggi più veri si trovano in fondo alle viscere delle donne, queste creature così consapevolmente poetiche perché più degli uomini pregne del sangue che fa eterna la natura.

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