Fondazione «Giovanni, Maria Teresa e Marino Piazzolla» riconosciuta con deliberazione n° 6487 del 1 Luglio 1988 Giunta Regionale del Lazio

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Opere » Narratori d'oggi: Alberto Moravia

da "IL PICCOLO", 21/5/1959

Vi sono scrittori che fanno convergere il loro stile in un senso piuttosto comodo, cioè verso la rappresentazione o invenzione di una realtà che si lascia sistemare, con eleganza, nel tessuto linguistico; e allora la prosa, circoscritta, offre tutto di sé, si allinea in direzione della forma, sorretta appena da un esiguo contenuto. In tal modo si hanno scrittori che, avendo quasi poco da inventare in senso narrativo, non potendo cioè adattare la lingua alla architettura di una realtà umana ricca, varia e complessa, sembra che si esibiscano, prodigiosamente, sollevando la lingua a tutte le arditezze dello stile, fissando sulla pagina, più che il pathos di un mondo vero e proprio, lo splendore di una sintassi che è frutto di raffinate esigenze formali.
Vi sono, invece, scrittori, e sono rari nella storia della letteratura italiana (non bisogna dimenticare che la nostra lingua, per tradizione aulica, è una costante tentazione verso lo stile) che spontaneamente costringono la lingua a dar vita a quelle trame narrative verosimili che insorgono, in modo necessario, dalla fantasia dello scrittore e ci danno la rappresentazione di un mondo inquadrabile in una precisa società. Alberto Moravia appartiene a questa seconda famiglia di scrittori.
Per questo narratore, la lingua è sempre in funzione della realtà fantastica: la espressione nasce direttamente dalla concretezza di un contenuto. Quando la trama di una vicenda si è delineata e si è caricata di una fatalità umana che è il frutto di una indagine sull'uomo, inserito in un certo ambiente, il filo narrativo si svolge con una implicita naturalezza.
Moravia sa che è il contenuto e la presenza dei personaggi, non considerati mai romanticamente, che danno alla narrazione una forma non aulica, ma decisamente legittima. Il suo problema, perciò, non è quello della scrittura, ma quello più spontaneo e anche più complesso della narrazione. Egli infatti narra in virtù di una segreta e ricca vena fabulatoria; e, più che seguire le parole, segue i fatti, le vicende, i sentimenti dei personaggi, l'urto delle passioni e la condizione obiettiva di un ambiente. Segue accortamente le idee nel loro sorgere e nella loro unificazione, e narra con la immediatezza e la discrezione di chi viene senz'altro attratto dal fenomeno umano. Sceglie perciò la vita alla contemplazione statica di ciò che si lascia congelare nella forma. Una volta colto, nella sua pienezza, il destino di un personaggio, lo segue, lo ricalca nel suo ambiente, mette in rilievo il tessuto sociale in cui si trova inserito e ne studia il comportamento, come può fare uno psicologo o un sociologo. Ma se per lui è importante l'ambiente, al centro di ogni vicenda restano artisticamente i personaggi. Moravia non perde mai di vista la vita comune, l'eccezionalità di ciò che non è eccezionale; e scoprirà la profondità delle vicende che sembrano banali, ma sono invece piene di quella carica esistenziale che acquista rilievo e plasticità in qualsiasi momento della narrazione. E una dose di sommesso scetticismo gli serve soprattutto per liberarsi da posizioni romantiche. Egli è infatti attratto dalla realtà oggettiva, ma senza arrivare mai al romanzo corale o sociale. Per questo narratore, ripeto, la esistenza dell'individuo resta al centro di ogni vicenda e di ogni dramma.
In quasi tutti i suoi racconti e nei romanzi, dagli "Indifferenti" alla "Ciociara", il narratore è per lui un'analisi spregiudicata dell'uomo assalito da due forze elementari e quasi piene di mistero: l'elemento sessuale che insorge come una indimenticabile fatalità in qualsiasi momento e con un suo naturale alibi; e la catena del rapporto sociale, in cui l'uomo si sente costretto a perdere la sua carica individuale per patteggiare con altri uomini sul piano dei bisogni elementari. In tal modo, il personaggio, che poi finisce con l'essere un uomo della grigia e interessante cronaca quotidiana, viene visto con una intelligenza illuminata dà certe leggi di Freud, e sollevato, nell'avventura umana, da quel pathos che attinge vigore da una visione della vita e dalla cultura in cui, accanto a Boccaccio, si trova la concezione illuministica dell'uomo, Dostojewski, Balzac, Zola, Verga e certo Pirandello.
A Moravia, perciò, interessa il borghese, ma soprattutto il piccolo borghese, che nella società italiana rappresenta, nelle forme alienate, l'individuo che si avventura e paga, come contropartita della sua ostacolata libertà, una impreveduta sconfitta. Moravia predilige gli antieroi, s'inspira cioè a personaggi modesti che escono dalla vita e ricadono subito, vinti dalla vita, dove l'amore resta sempre ai limiti del calcolo e della passione repressa ed ostacolata. Il suo intento è quello però di far gravare su questa vicenda il peso delle convenzioni, delle superstizioni, di una psicologia insomma impoverita, ma denunziata sempre con un asciutto rigore di illuminista. Dico illuminista perché penso che Moravia analizzi la psicologia del borghese o del piccolo borghese della nostra società, in gran parte clericalizzata, con una intelligenza critica di intonazione razionalistica. Il suo individualismo, del resto, dialetticamente si giustifica in questo senso. Lo scrittore crede più potente la natura, che è sempre genuina e autentica, alle incrostazioni della società. Infatti, la società italiana è per Moravia affetta da quella superstizione che rende più oscuro e ipocritamente peccaminoso ogni rapporto erotico. Il sensualismo che si riscontra nei suoi romanzi o nei suoi racconti è un sensualismo di ordine oggettivo, scoperto, nelle forme più inibite, nella società che egli studia e analizza.
Di qui la sua esigenza di moralità quasi settecentesca: un moralismo reso distaccato da un misto di sottintesa pietà e di requisitoria. Boccaccio e Dostojewski si ritrovano perciò fusi nella sua narrativa come i due filtri attraverso cui è passata l'arte dell'indagine spregiudicata d'ogni psicologia, sia essa riferita a una società, sia essa scoperta, come nucleo tarato, nel fondo della coscienza individuale. Ed è anche questa la ragione per cui Moravia non è un manzoniano. Egli non può accettare una psicologia manipolata dalla ideologia contro-riformistica. Manzoni è per Moravia un costruttore di automi, cioè uno scrittore di genio che gradualmente altera, per ragioni ideologiche, la natura del personaggio, il quale finisce col non raggiungere mai quella universalità che soltanto la saggia spregiudicatezza artistica può raggiungere. In questo narratore italiano, ma tipicamente romano, c'è dunque la ricerca di un pathos che è un misto di verità e di forza spontanea. Ogni sua narrazione prevede quindi un senso orizzontale; è fatta di elementi essenziali, con una lingua sintatticamente povera, ma viva, ricca di fatti, di cose, di scene, di vibrazione umana; costruita con descrizioni realistiche e con una lieve e giustificata mania antiletteraria. I suoi dialoghi sono secchi, sostenuti da una sostanziale amarezza che è tutto l'umore scettico dello scrittore, il quale, quasi in contraddizione con sé, ha invece una leale fede nell'uomo libero, nell'individuo che può sollevarsi sulla fatalità sessuale, sociale ed economica, spogliandosi di ogni ipocrisia, di conformismo e di superstizione. Il suo stile, perciò, è teso umanamente verso la nuda narrazione, senza la minima compiacenza formalistica. Ed è qui il merito di Moravia, il quale ha avuto il coraggio di interrompere una tradizione aulica che rischiava di confinare la nostra lingua e il romanzo in una eterna arcadia.
Le analisi di Moravia, come quelle del Boccaccio, del Verga, del Pirandello e dello Svevo, sono analisi fatte sulla società italiana, romana soprattutto. Ma sono analisi fatte con uno spirito laico, discutibile, forse, nei suoi eccessi, ma salutare agli effetti di una tradizione narrativa che è quasi iniziata con un nuovo e personale stile.
Ed ecco come si spiega l'esposizione razionale della favola con personaggi, che non sono mai l'autore, non s'identificano umanamente con l'autore, ma restano oggettivamente fantasmi verosimili, tutti tratti da un ambiente che li carica dei suoi vizi, delle sue manie, qualità o tare profonde. La poesia, per Moravia, si trova nel fondo genuino della natura umana, come bisogno di libertà e di autentica lealtà. E questo fondo di poesia Moravia lo ha scoperto, come residuo ineliminabile, nella vita di tanti operai, artigiani, impiegati, borghesi e piccoli borghesi; in quegli ambienti romani in cui è vivo un remoto e pagano amore per la vita, ma dove le sovrastrutture ideologiche, anche se sono cause di drammi e di fallimenti, restano sempre cenere sopra un fuoco originario. Il moralismo di Moravia, perciò, oscilla tra una poesia che è rintracciabile al centro dell'esistenza più naturale e la fede tutta anticlericale in una società italiana capace di liberarsi dalle rovine ideologiche soffocatrici degli istinti o delle idee più rispettabili.
Nei romanzi di Moravia non c'è mai idillio; non c'è elegia; non c e abbandono alle impennate dell'estro; ma calma costruzione, scarto del frasario illustre, articolazione di un vocabolario che ci fa quasi palpare i vestiti, i capelli, le carni di personaggi che non hanno mai un destino esemplare, ma sono come noi li vediamo quotidianamente nelle strade, nelle case, nelle chiese, nelle piazze, nei cinema: uomini carichi di un bisogno di vivere e di amare per essere riamati.
A questo punto si può chiedere se un tale problema di natura artistica e sociale non sia più astratto che storico. Certo Moravia, per ragioni senz'altro artistiche, considera fonte di poesia più la natura che la storia. Ma egli, da illuminista aperto, intende anche i problemi della vita sociale moderna: vede cioè l'uomo della natura inserito, in modo non indifferente, nel mondo della storia. Ritrova perciò la società riflessa nel personaggio in preda alle passioni elementari, ma quasi sempre tragedia. E sembra spietato per un eccesso di lealtà macerata; diffida con pudore per eccesso di riservatezza. Certa sua titubanza nasce da un segreto eccesso di fiducia forse non pagato con altrettanta fiducia. La sua propensione al sensualismo è forse la nostalgia di un rapporto erotico più profondo e più umano. La sua predilezione per il personaggio antieroico deriva dal fatto che, sia superstizione che eroismo sono prodotti di una società falsa, in cui l'uomo autentico, semplice e libero, non circola ancora come prodotto genuino.
La tendenza a redigere razionalisticamente i suoi racconti scaturisce in fondo da una potente facoltà fabulatrice, che trova nella analisi un argine e una ragione d'essere.
Comunque, questo grande narratore italiano ed europeo descrive per liberarsi dalla inquietitudine e da un costante senso di colpa che non è suo, ma della società nella quale vive con la coscienza di quelle cause che sono le matrici della stessa crisi.
E narra più per fatalità che per esibizionismo letterario. Sembra privo di una qualsiasi idealità, mentre invece crede nell'uomo emancipato, nella natura rispettata da qualsiasi istituzione civile; e crede soprattutt6 nell'avventura umana con la certezza elementare del moralista e l'impegno civile di dire la verità delle cose e dei fatti. Ha perciò la spregiudicatezza di un indagatore discreto e sente la esigenza di un umanesimo moderno, fondato sulle leggi della vita, liberata, s'intende, dal sentimento di colpa e strappata, con i metodi propri della libertà, ad ogni tipo di alienazione.

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