Fondazione «Giovanni, Maria Teresa e Marino Piazzolla» riconosciuta con deliberazione n° 6487 del 1 Luglio 1988 Giunta Regionale del Lazio

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Opere » Poesie marginali di S. Penna e Fuoco Bianco di A. Grande

da "LA FIERA LETTERARIA", 13/8/1950

Nel modesto libricino, dovizioso di spazii bianchi e dove il silenzio sembra incombere come un tiranno metafisico su ogni appunto lirico, le parole di Penna tremano, sembrano quasi, accoppiate in gruppi di due o tre versi, adolescenti vestiti a nero e lasciati a sognare sulla neve. Se il motivo dominante di queste lievi annotazioni non fosse di natura eroticamente ossessiva; se l'impegno del poeta fosse stato più ricco di linfa umana e di vibrazioni spirituali, certi tremori lirici avrebbero raggiunto una consistenza emotiva più sorprendente. Il giuoco poetico si sarebbe allora arricchito di sfumature e tratti della vita altamente belli e seducenti come le tentazioni e gli abbandoni di certi amori proibiti. Ma, trattandosi di un poeta a cui è fortemente connaturata una sensibilità lineare ed enucleata intorno ad esili motivi di origine sentimentale e sensuale, non possiamo non mettere in rilievo quella melodia genuina e quasi sempre pura che certi strapPi del cuore lasciano cadere sulla pagina quali segni limpidi di una felicità durata pochi attimi. Sandro Penna è infatti il poeta predi-sposto sempre a bearsi di rari, misteriosi e fugaci istanti della vita; e di essi, quasi rapito, ne rivive, con grande economia di parole e di ritmi, le sole, gli echi, le ultime impronte, la estrema nota, quasi un tonfo, un bagliore, per poi scomparire nell'ombra:

Indi rivolto il viso verso il guanciale - sorrideva a se stesso, con beato - rossore.

Ci troviamo davanti ad una di quelle espressioni liriche in cui l'autenticità supplisce la fantasia e l'ampiezza della composizione. Penna sa trarre dai momenti della sua biografia, dalle sue notturne tappe, trasalimenti incantati e finissime nostalgie. Frasi e immagini, lasciate a vibrare lungo le sue peregrinazioni di uomo inquieto, ci suggeriscono squarci come questo:

E poi non solo. Resta - la dolce compagnia - di luminose ingenue bugie.

Sono, queste, sfumature che s'illuminano in un linguaggio semplice, fatto di pause e di aderenza ai moti di una trasparente fantasia:

Viene l'autunno sonnolento. Brillano - dietro i lucenti vetri due lucenti - occhi.

Annotazione lirica, sì, ma l'immagine è poeticamente conclusa anche se frammentaria. Penna non riesce a liberarsi dai motivi messi in fondo ad ogni turbamento immaginoso ed umano. Egli si affida alla conclusione. Quel che gli interessa non è tanto l'architettura della poesia, quanto la chiusura, l'ultimo tremolio di sillabe: ciò che vive in fondo, come un addio.

Viaggiava per la terra - come un giovane Iddio - colui che non aveva - amori sulla terra.

La semplicità di questi versi è fine a se stessa; si riempie invece di spazio, di aria, di musica in sordina. Ma la virtù letteraria maggiormente connaturata alla sensibilità di Penna si trova in momenti di acre nostalgia e di desolato distacco. In questi istanti egli sa raggiungere la poesia più trasparente, resa calda dal tono di sincerità umana:

Forse la lenta tua malinconia si perde - se nella notte ad un veloce - treno l'affidi.

L'aria di canto è trattenuta, si ritrova cristallina nella vibrazione di poche sillabe sgorgate senza alcuna preoccupazione intellettualistica. Poi Penna dirà a qualcuno:

Non è la timidezza che tu celi, forse un sogno - confuso degli dèi?

Lungo il Tevere, egli trova l'atmosfera propizia alle sue evasioni di uomo e di poeta; in certe ore dense di freschezza notturna e di silenziosa tristezza ci dirà:

Straripa nell'umida notte in silenzio - il fiume. - Addio secco vigore della mia gioventù.

Sarà ancora lungo il buio di certe ore:

Oh nella notte il cane - che abbaia di lontano. - Di giorno è solo il cane - che ti lecca la mano.

Questo frammento conserva nella sua icastica precisione un'onda musicale sorprendente. Poi, soffermandosi ad osservare il paesaggio del fiume, il poeta sembra che mormori a se stesso:

Lento sorridi al riflettore, attento, - amore in elemosina chiedendo. - Di me non sai. Non sai della tua eco - entro una barca vuota, ombra nell'ombra.

Nei versi circola una chiarezza ricca di brividi e di riflessi; vi èmusica, tono, bellezza di attimi che sfuggono lasciando dietro i passi del poeta un ticchettio arcano e, a volte, desolatamente umano. Presso una fontana, invece, uno stato d'animo si piegherà come lo stesso getto dell'acqua:

Se trasalisce - il fermo getto - della fontana, - la tramontana - curva il mio cuore - verso un ardore - già maledetto.

Con questa lirica, esile e cantabile come un' aria antica, Penna affida al bianco dell'opuscolo i suoi fugaci tremori di vagabondo e di poeta. La sua arte, nata da un bisogno di semplificazione e di musica, si conserva pura ma non poeticamente sufficiente alle complesse esigenze della vita interiore. Se in questo poeta vi sono accenti di finissimo canto che può a volte ricordarci i più genuini lirici greci, non possiamo ridurre l'invenzione poetica, che richiede una più profonda consapevolezza dell'esperienza umana e dei mezzi espressivi, a un breve delirio di espressioni che possono spesso frantumare la personalità del poeta in un pulviscolo lirico prezioso ma non poeticamente concluso. Da Penna vorremmo un maggiore impegno ed una lirica che sappia dirci, con musica più estesa e con ritmi più ampi, la tristezza del suo vagabondaggio terreno.
Affidarsi alla memoria implica quasi sempre una sosta dell'esistenza entro se stessa, come se le ombre e gli echi lasciati lungo il tempo dovessero, ad un tratto, ravvivare, con tono felice, un'età già vissuta e bruciata in quella specie di limbo terrestre che, per virtù di inquietudine e di noia, da noi sempre più si distanzia. Non a tutti gli uomini è concesso il privilegio di ricostruirsi oltre l'ora in cui si vive o di proiettarsi come sostanza affinata in uno spazio che non vibra più, uno spazio che, se appare deserto nei primi lampi dell'evocazione, si popola via via di uno sfondo di grazia e di disperazione. E precisamente in questi versi di Adriano Grande che l'età realmente lieta, entro cui si muove la memoria adulta, si staglia come zona favolosa e illimpidisce di sé ricordi e paesaggi di una terra sommersa a poco a poco dalle stagioni, ingrate ma vissute con l'amarezza propria degli anni maturi, senza mai perdere quel tono di gentilezza musicale, che alle parole confida vigore e durata.
Il paesaggio è qui ritrovato e quindi rivisto attraverso lo spessore di una pena quotidiana non del tutto accettata, ma sentita e, a volte, scontata con un senso di umiltà: quasi con un rasserenato dolore che induce il cuore umano a giudicare fatale il corso del tempo e la stessa paura di dissolversi con lo spegnersi delle stagioni. In tal modo il passato, inteso come un'arcana e notturna distensione dell'anima, si riordma, si ripresenta nella sua luce incorrotta, ridiventa bagliore, atmosfera, paradiso che presto si spegnerà in quella particolare musica, propria delle cose spente, per predisporre la coscienza lirica al richiamo di se stessa. In queste poesie, perciò, se non vi è sapore di cenere: se il disegno ritmico entro cui si svolge e si matura il ricostruirsi delle immagini non si lacera in asprezze di sapore letterario, la stessa biografia si presenta come nuda sostanza lirica. Via via che il ricordo si conclude in pause sommesse, una specie di cadenza monotona si adegua alla freschezza umana delle sensazioni, lasciando libero, tra parola e parola, un motivo, remoto come le cose evocate e rimpiante. Ecco come si ricompone un'ora della adolescenza mal-certa. E lo squarcio di un mattino fattosi abbaglio e legato simbolicamente al vento più aspro: "Tramontana".

La tramontana ti porta i mattini
di fanciullezza, al gelo
sulle fontane, a quando, con le dita
spaccate dai geloni,
pulivi le vetrine del merciaio
e t'incantavi a contemplar le frange
delle sciarpe di seta
che ad ogni colpo del tuo strofinaccio
salivano dal fondo verso i vetri
come fibre marine nell'acquario.

In un'altra lirica "Stupore", il dissidio tra lo stato di grazia, generato dalle percezioni più lievi e più rare, e il rumoroso orrore della vita si presenta con maggiore evidenza, fino a conferire la poeticità unicamente a certe atmosfere intraviste e dissolte con gli improvvisi stupori della innocenza spenta:

Piante ch 'io vidi e lievi
piume d'uccelli; gocce di rugiada
splendenti sopra fiori intravveduti
oltre cancelli; fiati
di nebbia rosa all'alba
vaganti ove, stringendosi, svanisce
la strada. Intanto correre
pe'l mondo su rombanti
ruote, soltanto questo
la memoria raccolse. Questo trova
l'acuto mio dolore
che scava e scava in fondo
al tormentato cuore
per darsi aiuto: solo in incorrotto,
fanciullesco stupore.

La lirica "Luna" sembra invece nata da un sereno indugio nella malinconia, la quale non lascia se non vaghissime immagini di sé nel cuore che mal sopporta il peso degli anni ed è avido d'incantesimi, di diafane apparizioni. Anche la noia diventa trasparente, si polverizza, respira con l'aria ritornata vergine, si fa disperato incanto sugli occhi dell'uomo, intento a scoprire liricamente il proprio destino:

Quando la luna com'è lieve! Quasi
traspare sull'azzurro del meriggio
lavato da una pioggia. Solo questo
del mondo oggi ti piace, nella vita
ti riconforta. E tutto il resto è oscuro
peso che grava su antiche ferite
non mai rimarginate: sullo strappo
da cui nascendo fosti offeso...
Addio
azzurro lindo, addio soffio di luna!

In quasi tutte le liriche di questo poeta lo sfondo paesaggistico si regge quasi sempre in virtù di una segreta esperienza spirituale, mai disgiunta dalle cose più vive e dal senso del tempo. Si ritrova altresì, accanto alla testimonianza di una matura vita interiore, il rispetto per la natura e per certe dolorose tappe che l'uomo, anche se non sempre autenticamente poeta, sogguarda con occhi puri, trasferendole in un mondo di gradevoli e musicali segni lirici.

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