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Opere » Surrealtà di Picasso

da la Gazzetta del Sud, 5 Marzo 1958

Vorremmo chiamarlo il « sovrano » della pittura moderna: il genio del male e del bene che li è fatto colore e forma in un clima di rivoluzione perpetua e di gran giuoco; ma ci limiteremo a capire questo pittore ponen­doci, per un eccesso di scrupolo, ai margini di un giudizio de­finitivo. Scarsi sono oggi i criteri coi quali dovremmo parlare di una pittura che ha influenza­to circa cinquantanni di ricerche, di evasioni dalla realtà e di ritorni agli oggetti pacifici della natura: di giocose vivisezioni della figura umana e di simboli sublimi, che, nel loro riposo, già incutono fascino e terrore in­sieme, come fossero le prolificazioni di un'unica ossessione. Si tratta di un'ideale discesa in un inferno gelido e chiuso, come un urlo remoto, nella fantasia uma­na. Ebbene, Picasso ha tentato la calma escursione in questo labirinto della memoria, dila­tandolo e fissandolo nei suoi quadri non solo con impeto disumano, ma con una varietà di forme che ci stupisce ancora.
Abbandonato il criterio della «mimesi», bruciata certa pittura quasi idilliaca e sorretta ancora da una linea classica, ove il colore aderiva ancora ad una logica dell'armonia, quest'artista ha voluto gustare fino in fondo le sorprese della Kantiana bellezza libera: ha voluto cioè sod­disfare l'ingenua curiosità di smontare la unità delle cose e dei corpi per creare prospettive e riflessi nuovi, onde sentire più viva la remota paura della vita che si deforma, almeno per lui, in una successione di trovate fantastiche. Da questa condizione originaria nascono i vari mo­menti della pittura di Picasso. Sono stili e ricerche che tenta no sempre di mortificare la realtà per rendere omaggio all'invenzione, arbitraria forse esteti­camente, ma profonda se collocata sul piano morale. Picasso rompe la vita con la pittura. Egli ferma il sogno e l'incubo nel colore, ma più che per debolezza romantica, per un bisogno d'ironia e di giuoco.
Egli, infatti, ricerca con pazienza ed esplode con estro. E' esatto; ma segue il capriccio, si stupisce per primo del modo come i colori si gonfiano sulle linee e come le linee seguono le forme. Le sue sono invenzioni antichissime; ma si inzuppano di luce per la prima volta sotto il suo pennello. Sembra che descriva, invece colloca la trovata pittorica nei colori che si aggrumano e nelle immagini che si sfascia­no come continenti visti nel delirio. La surrealtà di Picasso comunque nasce da un profondo amore per i segreti dell'arte di tutti i tempi.
Infatti, egli rifà la storia della pittura accovacciato sul suo genio come uno strano uccello notturno di guardia a un tesoro. Non sente né l'umano né il divino; ma inventa il sotterra­neo con estrema libertà. E' moderno quando ricorda, ed è antico quando scopre. Poi si riposa in una sorta di festosa evasione in se stesso.
E' passato per le esperienze più duttili, sempre da maestro. Conosce la purezza di un disegno perché negli occhi si trova, come una invisibile matassa, la luce di tempi remoti. Basta ricordare il suo periodo « blu e rosa ». Sono le epoche dei colori tenui e dell'idillio. Picasso era allora gonfio di tenerezza e di terroso rotilegio. Disegnava da classico, col ri­cordo delle linee pure e della bellezza arcaica. I suoi nudi era­no delle sorgenti di luce e di grazia, come le madonne e gli angeli che riposano nei dipinti dei nostri quattrocentisti, fino al puro Raffaello. Era l'epoca della riinvenzione dell'arte placata nel tempo e nello spazio. Il suo genio attingeva alla musicale linea mediterranea. Qualcosa di greco e di bizantino squillava nei suoi profili più belli. La te­nera malinconia delle donne del Mezzogiorno si ritrovava raccol­ta nel silenzio luminoso degli occhi e sull'incanto di certe ma­ternità viste in un'atmosfera umana, ma quasi sempre metafisica.
Il « Bambino con la colomba » che ricorda certa forza raccolta di Van Gog e l'incanto cromatico dei migliori « Fauves ». « La donna con la cornacchia » che fa pensare a un angelo, talmente l'armonia si è diffusa in tutte le linee, soprattutto sul pallore lunare della creatura, in contrasto con il nero dell'uccello. Si può ancora ricordare la « Don­na dalla camicia » che si regge quasi in uno sfoglio di colori aerei, come fosse un pastello. Picasso dette a questi quadri il suo tremore di artista consumato. Noi ritroviamo in lui, per via sotterranea, ciò che può rag­giungere il canto di una linea sola nel chiarore e nell'ombra di colori intravisti e abbandona­ti per sempre in dipinti che ven­gono da lontano. Che dire infine della « Maternità » (guazzo) do­ve tutto è trasparente, dalle mani ai veli, dal petto alla luce che brilla sul volto del bimbo? L' « Idillio » si conclude e pre­lude all'elegia. I colori si fanno crepuscolari, ma sono già moderati.
I periodi pittorici di Picasso sono dunque stagioni favolose e colme di una potenza rivoluzionaria. L'artista cerca quel che possiede e da quel che ha trovato nel suo tempo pieno di inquietudini e di traumi. Portata la linea e il colore fluido fino al melodioso lamen­to, ecco sorgere l'esigenza del volume, l'amore per le dimensioni, l'avventura nel silenzio delle cose, l'escursione nella luce. Una violenza remota si tramuta in colori che scattano. Nascono i timbri solitari dei paesaggi me­diterranei. La ricerca cubista si insinua nella deformazione magica degli oggetti. Viene fuori il segreto della materia collocata nel quadro. Le ombre e le penombre scivolano dai volti vivi­sezionati come in tanti specchi messi nello spazio a guida di sfondi a più dimensioni. Sbucano, da grumi di colori, le sue teste di toro. Le nature morte sembrano gravi e tendono alla opulenza, come certi nudi di donne ingigantite.
I paesaggi si fanno plastici e muscolosi; c'è un gonfiore che non è barocco, ma preziosamente primitivo. Picasso ridiventa fanciullo, e scopre l'orrore e il terrore della vita ingenua. Nascono le sue bimbe come carte da giuoco. Il folklore improvvisato le rende più ingenue. I volti si deformano sia di profilo che di faccia. Sono le Marie, le Colombe, colte nell'età in cui il meraviglioso si diffonde fino negli occhi bovini e messi a guardia di atteggiamenti bamboleschi. Ma la forza essenzial­mente plastica di questo pittore raggiunge l'efficacia più ardita in certi dipinti come « il Gatto e l'Uccello ». Il gatto è trattato come un graffito. Le unghie, pur essendo dipinte in modo rudi­mentale, sono l'essenza ferma dell'artiglio. Il volto del felino è mostruoso perché è duplice e violento nell'atto di sbranare il volatile, che stride e porta già il segno della morte e del terro­re estremo nel grosso squarcio sul petto.
Gli ultimi paesaggi che Picasso ha dipinto sono ormai emblemi del vigore e della fantasia. La luce scoppia sui colori e le forme delle case, delle fine­stre, delle piante sono quasi sonore e dense di colore. « Paesaggio Mediterraneo » del '52 ne è una rivelazione. I rossi, i gialli, i blu, lo stesso verde e l'azzurro sono conficcati a volumi che spandono ombre e riflessi di una natura quasi stregata. Sempre nuove scoperte, sempre nuove indagini nella vita e nel mondo. La pittura si fa viaggio nella libertà, e il mondo torna a splendere come un'arca approdata a un mare che tutti noi sogniamo o possiamo sognare.
Picasso non si dimentica; ma continua a dipingere, a scolpire, a a inventare forme e prospettive aggraziate e ardenti, come è tutta la sua vita di nomade e di cittadino di tutte le latitudini: Genio che non smentisce e per il quale la vita si riempie sempre di antica e nuova bellezza.

Marino Piazzolla

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