Fondazione «Giovanni, Maria Teresa e Marino Piazzolla» riconosciuta con deliberazione n° 6487 del 1 Luglio 1988 Giunta Regionale del Lazio

e-mail: fondazionepiazzolla@libero.itaggiornato il 25/07/2019

Opere » Jean-Paul Sartre, intellettuale massificato

Nel supplemento del settimanale "L'Espresso" dell' 11febbraio 1973 (n. 6) apparve una intervista di Pierre Bérrichou, fatta a Jean-Paul Sartre a proposito della contestazione giovanile in campo internazionale.
Trascrivo la presentazione, pubblicata da "L'Espresso" come introduzione a tale importante intervista, dai titolo Due tre modi di fare il profeta.
"QUESTA TESTIMONIANZA"
"Questo eccezionale documento umano trasferisce il lettore al centro della officina ideologica di Jean-Paul Sartre, il quale a sessantasette anni resta uno dei personaggi più inquieti della intellighenzia europea. L'intervista trabocca di dichiarazioni, confidenze, confessioni di cui lo stesso scrittore tiene a sottolineare la spontaneità imprevedibile e perfino contraddittoria.
"A differenza di tanti altri intellettuali di alta statura e dotati d'intenzioni profetiche, qui Sartre si scopre con una prodigalità quasi temeraria. Si capisce subito che egli è il primo ad appassionarsi come artista al tema autobiografico che anima queste pagine, e a cogliere quel tanto di ambiguità che è connessa alla propria attuale funzione sociale. La storia ch'egli racconta è quella di un intellettuale borghese supernutrito di cultura classica che volontariamente s'è scelto un ruolo di iconoclasta, ma ha la vaga coscienza che fra le icone destinate alla distruzione ce ne sono alcune (forse anche molte) la cui poiverizzazione gli darebbe dolore. Ma questo non toglie valore alla sua testimonianza; al contrario ne esalta la drammatica vivacità.
"Le illustrazioni che accompagnano il testo di questa intervista di Pierre Bérrichou Sartre (tratta dall'ultimo numero della rivista Esquire) appartengono al vasto archivio di materiale fotografico che Germano Facetti ha messo insieme per la Storia delle rivoluzioni dei Fratelli Fabbri. Le immagini scelte si riferiscono alla rivoluzione cinese". La prosa qui citata non ha bisogno, per ora, di alcun commento.
Il lettore avrà modo di farlo da sé, leggendo sia le risposte di Sartre a Bérrichou che i miei commenti alle risposte di Sartre.
Non appartengo all'intellighenzia europea. Anzi, sono addirittura un intellettuale di terza categoria, cioè un preintellettuale ignoto e ignorato, ma non da Sartre, con il quale ho avuto, nel corso di circa venti anni e benché saltuariamente, incontri e scambi d'idee su questioni sia culturali sia politiche. Non posso comunque dire di essere stato un suo amico. Nei nostri incontri romani, semplicemente egli si intratteneva volentieri a conversare (a volte per delle ore) con me. Ho letto molte delle sue opere e posso inoltre dire che Sartre, per quel che può valere il mio giudizio di modesto lettore di testi filosofici e letterari, è uno studioso dal vivace talento speculativo e critico; ma è soprattutto dotato di una quasi ossessionante capacità analitica, in filosofia come in letteratura. E così. Ma non è questa l'occasione perché io esprima giudizi più estensivi ed approfonditi sulla sua opera.
Inizierò senz'altro col citare la prima domanda che Pierre Bérrichou pone a Sartre:
"E cominciata agli inizi degli anni sessanta nelle università americane; verso il 1965 è passata in Germania; poi ha colpito la Francia; infine, la contestazione giovanile è diventata un fenomeno internazionale. Si può dire che, dopo il maggio 1968, nulla è più stato come prima.
"Questo enorme sommovimento non ha risparmiato neppure lei. Anzi lei stesso ne è stato scosso al punto da rivedere gran parte delle sue posizioni politiche, letterarie, filosofiche. In che modo lei, Sartre, è cambiato?".
"Nel maggio 1968 - risponde Sartre a Pierre Bérrichou - non capii nulla". E come poteva capire se, da sempre, gli intellettuali, per capire un fenomeno politico devono, per lo meno, attendere un minimo di venti anni? Conosco bene Sartre: è un intellettuale che an-ticipa con disinvoltura e con ritardo gli eventi storici; combina idee siamesi: "marxismo-esistenzialismo", "individuo-massa". Affronta i problemi con quella noiosa serietà che spesso lo costringe ad essere un umorista involontario. Dice: "Non sapevo in quale misura le modifiche in corso stessero modificando anche me".
In realtà, nel '68, i giovani di Parigi recitarono semplicemente:
si divertirono a giocare alla rivoluzione, come attori sulla scena. Una scena da prove generali. Di rivoluzionario c'erano le grinte, le bandiere, le barbe, i capelli e alcune studentesse premurose di fare l'amore. La rivoluzione è un fenomeno pericoloso e tragico: quando essa scoppia, sconvolge, va avanti con o senza i giovani, più o meno drogati di letture nichiliste o di oppio. Ma procediamo. Sempre alludendo alle modifiche in corso, Sartre dice: "Mi interessavo, sapevo che stava succedendo qualcosa di importante, che anch'io, in certo modo, ero chiamato in causa dai giovani senza che neppure lo sapessero, e addirittura senza che essi pensassero esplicitamente a me". Come è evidente, in quel 1968 nessun giovane sapeva cosa fare.
Tipica esplosione d'infantilismo politico di una gioventù mentalmente non idonea ad assimilare alcuna forma di cultura o di anticultura. I giovani, sia in Francia sia altrove, o sono geniali, e sono pochi, o sono rabbiosamente stupidi. Pensano alla rivoluzione come a un vizio ereditario: un blasone nobiliare su cui si può dissertare all'infinito. In fondo, o sono degli edonisti o vogliono rompere qualcosa: i vetri, le macchine, i negozi; bruciare soprattutto i libri che, per essi, sono un rompicapo inutile. Nascono borghesi; ma odiano la borghesia perché impedisce loro di essere liberi... di drogarsi o di fare all'amore. E Sartre continua: "Ma quando andai a parlare alla Sorbona a metà del maggio '68, fui accolto benissimo (È accertato invece che molti giovani lo fischiarono). Quindi doveva essere qualcos'altro" (allude a una frase precedente in cui dice: "Pensavo che si trattasse di un atteggiamento critico contro gli anziani"). "Ma che cosa? Non avrei potuto dirlo. Così non capii nulla del maggio 1968".
E come poteva essere diversamente? Non c'era nulla da capire. Sì, c'era da capire che quelle azioni convulse e caotiche erano il risultato di una situazione sociale che aveva permesso a cervelli non certamente predisposti allo studio di usare gli strumenti della cultura a scopo falsamente "rivoluzionario". Troppi studenti e poco studio. I giovani intellettuali, oggi, si agitano rabbiosamente perché, in fondo, non desiderano che rivoluzionare per pescare nel torbido o, col pretesto di liberare gli uomini dal sistema borghese, finiscono col diventare più terribili degli stessi borghesi. Il cuore a sinistra, ma il portafogli a destra. Si tratta di un processo di incretinimento progressivo.
E Sartre, lucido verso se stesso, riprende:
"Cominciai a capire a poco a poco, verso il 1969, che quel che si criticava in tutti noi, in me e negli altri, era fondamentalmente l'intellettuale classico, figura che avendo a disposizione un certo potere (e qui Sartre non volendo allude agli intellettuali che nel sistema borghese si arricchiscono; non si riferisce, s'intende, a tanti artisti, scrittori, poeti e filosofi ecc., che non hanno mai avuto alcun potere; e la storia, antica e nuova, ce lo dimostra) se n'è servito per acquistare cognizioni che ha trasformato ingiustamente in potere."
Ma quasi tutti quei giovani studenti che oggi si agitano e criticano l'"intellettuale classico" non aspirano forse a trasformare, domani, "le loro cognizioni in potere"? Ciò è nella natura umana sotto qualsiasi regime o sistema. Accade in Occidente come accade in Oriente. Accade finanche a Sartre che, se non dovesse più smerciare le sue voluminose opere fra i borghesi, le smercerebbe fra i suoi giovani compagni. Si è potenti anche quando si rinunzia apparentemente alla volontà di potenza. Insomma - egli dice - si criticavano:
"Tutti coloro che credono di lavorare per il bene universale in nome della cultura universale". Dovrebbe essere così, ma non lo èper la semplice ragione che, di universale, esiste soltanto una ipocrita intenzione, una ipocrita filosofia. In realtà, l'uomo opera sempre in senso privato: soprattutto l'intellettuale rivoluzionario, il quale, il più delle volte, non è che un apprendista tiranno. O i quattrini -cioè il potere economico - o il potere politico e quindi la frusta. Abbiamo sempre a che fare con dei lupi travestiti da asceti liberatori.
I giovani studenti del '68, fra cinque anni o dieci, o saranno ricoverati in cliniche per drogati, o eserciteranno, con cinismo, una professione ben redditizia. S'integreranno nel vecchio o nel nuovo sistema. È stato così per Sartre intellettuale privilegiato e ricco di valuta pregiata nel sistema borghese, come per l'intellettuale russo o cinese integrato negli ingranaggi del potere comunista. E ciò accade perché non è vero che gli uomini siano ùguali. Essi sono diversi, sempre e dovunque. Finché ci saranno queste diversità di fondo, ci sarà lo Stato:
capitalistico o comunista che sia. Lo Stato nasce e vegeta perché c'è una diversità negli uomini. E il diverso aspira al potere. A meno che non si tratti di un uomo eccezionale come Francesco d'Assisi, che riesce, da solo o con pochi frati, a vivere fuori da un qualsiasi Stato, ivi compreso lo Stato ecclesiastico. Ed è qui l'utopia ingannatrice dell'intellettuale rivoluzionario. Lo Stato o si distrugge con la santità - che è la più profonda delle rivoluzioni - checché ne pensi l'ateo J.- P. Sartre - o lo si riafferma, più feroce che mai, con la rivoluzione.
Ma seguiamo il filosofo nella sua analisi a una dimensione. "Un medico studia una malattia per l'umanità intera e nello stesso tempo sa che la sua cultura gli è stata data da una classe particolare - la borghesia - e che, in un modo o nell'altro, tutto quel che potrà fare per il bene universale verrà dissipato, deviato, frenato dal debito che egli ha contratto nei confronti della borghesia." Questa affermazione è molto buffa. Ragioniamo.
Il borghese, si sa, mangia molto e va quindi soggetto al diabete o alla gotta; alla cirrosi come alla colite o all'artrite. Se egli venisse a conoscenza che c'è un patologo che sta facendo delle ricerche per guarire codesti organi che tanto l'affliggono, farebbe tutto il possibile per impedire che una tale ricerca medica vada in porto. Io non sono un borghese come Sartre: sono un contadino; ma sono convinto che non ci sarà mai un borghese così stupido da impedire a uno scienziato di scoprire un farmaco per liberarlo dalla epatite o dal diabete.
Per quali ragioni misteriose la borghesia, che in se stessa può, talvolta, essere anche una classe detestabile, debba ostacolare un uomo di cultura nel portare a termine una scoperta che, pur guarendo il borghese in particolare, finirà col guarire anche i non borghesi, afflitti da ben altri mali? E qui si potrebbe citare un interminabile elenco di studiosi e scienziati che, sia pure "borghesemente", lavorano in senso universale. La penicillina si vende in tutto il mondo: come si vendono gli antibiotici e le pomate (sono infinite) per curare le emorroidi o l'artrosi.
E Sartre conclude il periodo (non storico certamente) dicendo:
"Perciò - quel medico - non è più quello che avrebbe dovuto essere, un "tecnico della conoscenza pratica", come l'ho definito, ma un uomo diviso tra la teorica universalità del suo operare e i freni particolaristici che ha dentro di sé". A parte la solita fumosa prosa del filosofo pedante che usa formule stantie e noiose, queste parole non dicono nulla perché, nell'insieme, costituiscono una menzogna. Sartre dimentica che, proprio operando in senso particolare, si finisce con l'operare, sia pure indirettamente o senza proporselo in senso filosofico, sul piano di una universalità più estesa.
Pasteur, Fleming e tanti, tanti altri scienziati hanno operato in questo senso.
Ma seguiamo il pensatore:
"Soffre di questo (allude all'intellettuale che ha contratto il debito verso la borghesia); di lui si può dire che ha una coscienza infelice: è ad un tempo universale nella sua conoscenza (ed è già parecchio) e particolare quanto ai fini della sua conoscenza. Questa contraddizione nella sua natura lo conduce ad una visione delh società diversa da quella che gli si sarebbe voluta dare".
Ed ecco sbucare fuori l'hegeliana coscienza infelice. I filosofi, noiosi fino all'ossessione, mancano di immaginazione e di umorismo, ma finiscono col crearlo involontariamente, per non dire ipocritamente. Posso capire che un gobbo abbia la coscienza infelice. Capisco la coscienza infelice di un malfattore o di uno strabico che vede le immagini divergenti o convergenti, ma la coscienza infelice di un medico o di un qualsiasi altro professionista non so proprio immaginarmela. No, la coscienza infelice ha ben altre origini: l'invidia, la gelosia, i vari complessi, le frustrazioni, il sadismo o il masochismo; la bruttezza fisica, l'impotenza sessuale, la vecchiaia, i sequestri, ecc. ecc. Essa è sempre esistita e continuerà ad esistere malgrado l'ottimismo rivoluzionario di Sartre. Anche Hegel parlava di coscienza infelice; ma lui era felicissimo d'inventarsi tutto, compreso Dio, e di risolvere, beatamente, ogni tragica contraddizione: come se egli fosse un vero mago. Ma Hegel incarnava l'Assoluto, cioè lo stato assoluto'.
Ma seguiamo il neo giovanotto Jean-Paul:
"In genere l'intellettuale classico è favorevole alla soppressione dei particolarismi a cui lo limita la società (e qui Sartre avrebbe fatto meglio a dire marxisticamente la classe dominante, perché la società comprende dominatori e dominati) e così si trasforma in critico della società stessa. Questo non impedisce di essere borghese perché trae vantaggio dalla propria coscienza infelice."
Sicché l'intellettuale, critico o rivoluzionario, mette a frutto e a usufrutto la propria coscienza infelicé. Questa si tramuta, poi, in oro. Siamo al superamento di Mida. La coscienza infelice diventa la banca dell'io. Il rivoluzionario vi deposita i suoi milioni. E vive, s'in-grassa; e ogni tanto la coscienza infelice si fa viva con un rutto, come per dire all'intellettuale critico: sono qui, tutta tua! E perché allora non stampare i buoni del tesoro della "coscienza infelice"? È una specie di banca Rothschild. La coscienza infelice è una zecca da cui il possessore, felice più che mai, attinge moneta pregiata per organizzare allegramente gite turistiche o i ludi della tavola. Sempre umoristi questi filosofi in fregola di sovvertimenti. Ma non basta:
"L'intellettuale classico e borghese (Sartre per esempio) diventa uno che parla nei comizi ed è applaudito, che scrive libri (e quanti libri) sui mali della società, ed è applaudito (gli applausi non costano nulla a nessuno), che lotta per il bene universale (dopo aver messo al sicuro, nelle banche estere, i beni personali) conservando nello stesso tempo la sua posizione privilegiata: insomma "l'intellettuale"". Ed ecco sbucare fuori la tipica figura dell'intellettuale mezzadro, dotato di una redditizia coscienza infelice. L'intellettuale! Questa parola fa paura, ma nello stesso tempo fa pena. L'intellettuale di oggi è un misto di fessaggine, di pederastia e di mutria. Pur non avendo capito nulla, né di sé, né degli altri, si presenta come l'oracolo degli oracoli. Usa un linguaggio ricercato, astruso, quasi da ebete: con la convinzione di mettere a posto il mondo, e invece non mette a posto nemmeno se stesso.
E l'intellettuale, nostro contemporaneo, sta quasi collocato sempre a sinistra (mangia però a destra), vuol fare la "rivoluzione", ma spera assicurarsi che non gli venga tolto nulla. Non è mai illuminato dall'intelligenza che è ben altra facoltà, rivoluzionaria in se stessa ma senza ricorrere a proclami di sorta. L'intellettuale d'oggi, invece, parla sempre. Ciarla da un trespolo: come i pappagalli. Per lui un comizio è un trespolo. Una tavola rotonda è una buona occasione per vomitarti addosso il suo narcisismo. Ha letto tutto e non ha capito, assimilato nulla. Ha la mente piena, stracarica di formule, schemi, parole d'ordine e di disordine, ma soprattutto trabocchevole di stupidità.
Invece di fare cartesianamente uso delle idee chiare, evidenti e distinte, si trova dentro idee quasi sempre al buio, poco evidenti e discinte. È il classico logoteca, ideologo venuto fuori dal volgo -e il volgo può essere sia borghese sia proletario -. Ripete fino alla nausea le sue ossessioni scambiate per messaggi di salvezza. In realtà non salva nessuno, perché l'intellettuale moderno è in un perenne stato di naufragio. Naufraga nella sua immensa imbecillità. In un mondo di minorati mentali, a destra, al centro come a sinistra, basta un comizio per rendere famoso e ricco l'ultimo idiota del globo.
Ma Sartre si confessa, quasi còlto da un senso di colpa:
"Anch'io, come molti altri, sono stato un intellettuale classico fino al 1968: partecipavo alle manifestazioni, ogni tanto ci si picchiava - e di solito erano i poliziotti a picchiare - partecipavo a riunioni, eravamo contro la guerra d'Algeria, eravamo "dalla parte delle masse"; ma qualcosa c'impediva sempre di far tutt'uno con le masse. Ed è proprio questo che i giovani scopersero nel 1968: non volevano più intellettuali che si offrissero, loro malgrado, come guide. Intellettuali di quel genere cercavano d'illuminare le masse, ma le loro parole raggiungevano gli ascoltatori da un punto di vista completamente diverso. Erano individui che sdipanavano idee, come risultato della loro privata conoscenza per altri individui non sintonizzati sulla loro stessa lunghezza d'onda".
Sicché fino al 1968, Sartre era rimasto un intellettuale classico. Poi, tra un comizio e una baruffa con la polizia a causa della guerra di Algeria, scende dal piedistallo classico e si massifica. Si fa tutt'uno con le masse. Fenomeno veramente eccezionale per un intellettuale classico. Ma quale divinità umana o celeste ha mai stabilito che le masse - ammettendo che ce ne siano realmente (in concreto esistono soltanto individui che possono essere soli, a casa, o, in compagnia di altri individui, in luogo pubblico) - rappresentino la verità?
Se esiste il termine massa - ed è una parola orribile: un vocabolo che fa paura: è come pensare d'essere impastati col cemento armato. Sartre nel 1968 scoprì il nuovo oceano: l'Oceano Massa. E qui fece naufragio. Smise di fare da guida turistica nel mondo delle idee e si arruolò come intellettuale semplice: cioè ideologo di complemento. Spense la sua centrale di illuminazione e andò a ficcarsi umilmente fra gli interstizi bui delle masse.
Io, per parte mia, rispetto, difendo tutti gli uomini, di qualsiasi classe o razza, ma separatamente. Quando essi si massificano vuol dire che dietro di loro c'è qualcuno che tira i fili. E gli uomini, massificati, non sono più uomini, ma marionette più o meno pericolose a se stesse e agli altri.
La massa non ragiona, si muove come una marea. Non sa tacere, ma urla. Non ha più controlli, perché si mostrifica fino all'inverosimile per la ragione che non esistono problemi di massa. Essa èun'astrazione. E Sartre lo sa benissimo. Ma egli dice che i giovani non volevano più gli "individui pieni di privata conoscenza" perché essi, i giovani, "non erano sintonizzati sulla loro stessa lunghezza d'onda".
E già. I giovani erano invece per l'ammucchiamento anonimo e per l'abolizione di tutto. Io che sono invece nato in campagna, sono rimasto sempre allo stato di preintellettuale; e di questa condizione ne sono felice. Non mi sono perciò mai posto il problema di passare dalla posizione verticale d'intellettuale classico alla posizione orizzontale di intellettuale massificato. Sono stato giovane e ho avuto e ho idee che oscillano tra la rivoluzione, quella seria (interiore per me e per gli altri), e il buon senso. Già io stesso, da solo ben inteso, mi considero una massa. Basta che rifletta su tutti i miei organi e sui personaggi che invento per accettarmi come un essere umanocollettivo. Sono andato oltre Marx.
Sono per il collettivismo privato: garantisce una buona dose di libertà e quella giustizia possibile che non troverà mai posto nelle società massificate o collettivistiche, dove lo stato continua ad essere uno Stato e l'uomo uno schiavo, non dei suoi simili, ma dei gerarchi, dei burocrati, degli ideologi, dei funzionari di partito e di altri noiosissimi e pericolosi individui.
Io vedo certi giovani di oggi come tanti involontari aspiranti torturatori. Quando si agitano un po' troppo, o sotto l'effetto della droga o di un coito mancato, incominciano a farmi sorgere il sospetto che siano apprendisti boia o i Saint-Just o gli Stalin di domani. E penso altresì che l'intelligenza umana non sia né classica, né alla mano come vorrebbe Sartre. Essa è rivoluzionaria nella sua essenza in quanto si rifiuta di accettare le imposture di qualsiasi ideologia, sia di destra sia di sinistra. L'intelligenza diffida sempre ed esplora la realtà: non illumina ma consiglia. Non è né dei giovani, per la semplice ragione che i giovani, ricchi di ormoni, sono portati o alla retorica patriottica o alla demagogia rivoluzionaria; e non è nemmeno una prerogativa degli adulti, spesso rimbecilliti dall'assenza in essi di senso critico.
E i giovani sono generosi nella misura in cui la loro generosità è in perfetto equilibrio con il loro egoismo. Altro che massificarsi con giovanotti in fregola di trasformare una rivoluzione in una macabra rappresentazione scenica: proprio come le beffe goliardiche, il carnevale o il linciaggio. E ho anche scoperto, vivendo in mezzo a loro per circa trent'anni, che molti di essi, oggi, sono arrabbiati perché non si sentono realmente giovani. Nascono un po' vecchietti, acidi e predisposti a odiare gli anziani. E si odia sempre l'uomo che si considera coetaneo. Ma Sartre direbbe che è colpa del sistema borghese se i giovani di oggi sono precocemente invecchiati o nemici di qualsiasi potere. Molti di questi giovani, però, sono borghesi. Cioè hanno vissuto e vivono nel benessere. Quindi deve dedursi che è il benessere borghese a trasformarsi in microbo rivoluzionario? Ma allora qui siamo tutti vittime di un inganno? I giovani del 1968 erano figli di professionisti, banchieri, bottegai, possidenti, industriali, erano i figli della borghesia. E perché allora si agitarono? Si agitarono per la semplice ragione che borghesi e proletari, cioè capitalismo e collettivismo da tempo sono le due facce dello stesso mostro: la Rivoluzione industriale, nata dalla scienza e sviluppatasi con la tecnologia. Ci si agita, in fondo, intorno al mito della "Produzione". Ma Sartre non vede tutto questo. Egli vede le masse e i giovani che rifiutano le vecchie guide, illuminate più o meno a giorno. E come fare di questi tempi una rivoluzione se già, da anni, ne esiste una che, giorno per giorno, trasforma il mondo e gli stessi uomini, dentro e fuori? Sartre, per capire queste verità elementari, ha bisogno che passino ancora due o tre lustri. È un filosofo a vela, non a scoppio o a reazione. Si perde, o si distrae strada facendo. Pensa se deve optare per l'esistenzialismo o per il marxismo.
Il nostro piccolo Amleto, in fondo, si diverte anche lui a giocare ad una rivoluzione ermafrodita.
E dell'impegno, cosa ne pensa il nostro Socrate moderno, il quale ha finalmente scoperto che la maieutica - cioè il parto del concetto - può essere benissimo sostituita dall'aborto mentale o fisico legalizzato?
Egli risponde, scusandosi come se avesse detto, a suo tempo, una bugia:
"Sì (ero per l'impegno) e allora non me ne rendevo conto." A questo punto sono costretto a pensare che Sartre non si è reso mai conto di nulla. Ma allora la cultura, l'esperienza, la riflessione non gli sono servite proprio a nulla? Se ad ogni tappa della sua libresca esistenza non si è reso conto mai di nulla, come può rendersi conto di ciò che accade oggi se egli ha ormai rinunziato a pensare? Vogliamo sperare che il fatto di essersi dimesso da intellettuale classico lo aiuti a pensare seriamente. Con le masse si pensa meglio: cioè non si pensa affatto, perché la massa non pensa, ma si agita, in quanto agitata, irrazionalmente.
Secondo Sartre "l'impegno artistico" proclamato a suo tempo "è proprio l'immagine dell'intellettuale classico: gode dei suoi comodi (allude, s'intende, a sé) possiede un appartamento (allude sempre a se stesso) non vive troppo malamente, da bravo piccolo borghese": (conosco personalmente molti intellettuali non classici ma rivoluzionari che sono miliardari. Anzi, a un amico il quale mi esortava a spostarmi a sinistra gli risposi: "Oggi non potrei più farlo: mi mancano i mezzi" "e siccome è uno scrittore può impegnare le sue opere, cioè, "dar consigli alle masse". In nome di che?"
Sicché l'intellettuale classico cessa d'impegnarsi e si dimette dalla funzione di consigliere generale delle masse. Sartre, cioè, si riconosce un passato di chiromante delle masse. Oggi, però, è tutto tuffato nel magma delle masse. È un rabdomante della rivoluzione. Va in giro col pendolo. E per tale ragione i poliziotti, consigliati a suo tempo da De Gaulle, non lo arrestano. Lo scambiano volentieri per un cantastorie innocuo: lo trattano come se fosse un filosofo ancora minorenne. E l'Amleto si domanda: "E perché mai - le masse - dovrebbero dargli retta? Proprio questo è assolutamente inconcepibile per i giovani di oggi, almeno per quelli che frequento".
È giusto, molto esatto che le masse o i giovani non accettino consigli dall'intellettuale classico impegnato. Ma non possono accettarli non perché si trovino innanzi a un "intellettuale classico impegnato", ma perché le masse - come tali - non possono pensare. Possono pensare soltanto quando si sciolgono e ritornano ad essere uomini singoli, separati e distinti con i loro problemi complicatissimi e tragici. Da soli si pensa meglio e si ha la calma per poter capire che la causa della tragedia umana oggi va collocata altrove e non in una pagliacciata di piazza. Io perciò sono per gli uomini singoli e isolati, mai per le masse.
Ogni uomo è un mondo. Un mondo che viene offeso da tutti:
dalla scienza, dalla politica, dai noiosi ideologi, dai burocrati, dai banchieri, dagli industriali, dai capi politici, di qualsiasi colore, dai tiranni e dai demagoghi. Dagli intellettuali classici come dai rivoluzionari in veste di lenoni. E tutto questo accade per fatalità perché la scienza, deterministica nella sua essenza, è contro l'uomo poiché ha provocato la rivoluzione industriale permanente, nella quale non c'è più posto per altri tipi di rivoluzione. La rivoluzione a braccio dei giovani fa ridere davanti ai cosiddetti "progressi tecnologici".
Ma seguiamo il sermone del nuovo messia in blue jeans:
"Non solo la funzione dell'intellettuale è completamente diversa dalla loro (allude ai giovani), la stessa natura dell'intellettuale èmessa in causa, perché in essa qualcosa non funziona".
Ed ecco affiorare uno sprazzo d'idealismo o soggettivismo sartriano. Sartre prende sempre se stesso come prototipo dell'intellettuale classico. Ma che può sapere lui di ciò che pensano realmente i giovani o di quello che pensano intellettuali che non si proclamano né classici e né rivoluzionari? Ma perché mai l'intellettuale classico e no non funziona? E Sartre:
"La coscienza infelice, appunto: l'intellettuale non deve più aggrapparsi ad essa come se fosse un privilegio. Deve invece liberarsene".
A parte il fatto che esistono migliaia e migliaia di intellettuali - intelligenti però - che non si sono mai aggrappati alla "coscienza infelice" per fare l'altalena o la ginnastica filosofica da camera. Ma quegli stessi intellettuali non hanno mai considerato la loro coscienza infelice come un privilegio, per la semplice ragione che, in essi, la coscienza non è mai esistita come coscienza infelice. Cioè non l'hanno mai avuta sotto forma di fondo monetario come l'ha avuta Sartre.
E l'ex ontologo aggiunge con il sussiego del profeta:
"Per far questo ci sono due modi: tapparsi gli occhi e andare politicamente a destra, cioè verso gente che ci fa sentire splendidamente unici, oppure andare verso le masse, mescolarsi con esse e quindi chiedere le stesse cose che chiedono. In questo caso l'intellettuale non è più uno che detta programmi, che decide, che definisce necessità e desideri. Lo fanno le masse e una volta che esse hanno deciso, l'intellettuale cercherà di esprimere quelle decisioni in una lingua che, naturalmente, sarà spesso la lingua delle masse stesse, appena appena riscritta in bella copia".
Qui siamo ormai in piena farsa che si recita sopra una situazione tragica, che è poi la condizione umana.
Che grande umorista, malgré lui, questo pensatore massificato. Dunque, niente programmi, niente consigli, niente sedute medianiche con le forze dell'intelletto, niente suggerimenti o desideri di sorta.
L'intellettuale di tipo nuovo è un calligrafo:. mette in bella copia e basta. Deve limitarsi ad essere il messo comunale o il bidello delle masse. Egli tace, ascolta, origlia, ode la lingua, più o meno scorretta delle masse, e la mette in bella copia. Come i monaci medioevali che, pazientemente, trascrivevano a mano e in bella copia i testi antichi.
Il nuovo intellettuale è semplicemente uno scrivano, collocato a un angolo di strada con penna, calamaio e carta; e sta lì a correggere, o anche a scorreggere, gli strafalcioni eruttati dalle masse in agitazione permanente. La prospettiva mi alletta. Avrò almeno quella funzione che la borghesia mi ha sempre negata perché non dotato di coscienza infelice. Del resto, da giovane, trascrivevo in bella copia, e in lingua comprensibile, le frasi d'amore che i commilitoni mi suggerivano perché le scrivessi alle loro fidanzate. Su questo piano ho una discreta esperienza di scrivano. Però, sono indeciso se accettare questa scomoda funzione di mettere in bella copia il vuoto linguistico delle masse. "Ma allora l'intellettuale sarà un mediatore?".
Sartre risponde in modo assiomatico:
"Per il momento, il ruolo dell'intellettuale non è che questo. Quale sarà domani, non posso dirlo, ma oggi il nostro posto è unicamente quello di mediatori. Mi riferisco soltanto all'impegno politico".
Non volendo, però, Sartre ha promosso l'intellettuale da semplice scrivano a mediatore: cioè sensale. Ci avviciniamo alla funzione del lenone o del paraninfo. Anche il paraninfo è un mediatore. Combina matrimoni. Sartre ha una voglia matta di scherzare col fuoco. A meno che egli non identifichi le masse con "l'Essere" e l'intellettuale con "il Nulla". E qui ci sarebbe coerenza con il Sartre esistenzialista. Le masse sono "L'In Sé". La coscienza infelice massificata è "Il Per Sé". Dunque: chi fa per sé fa per tre.
Poi aggiunge sornionamente:
"Vedremo poi se questo concetto incontra difficoltà o se può andare bene, nella realtà".
Certo, non è un compito facile assegnare all'intellettuale massificato la funzione di semplice mediatore. In genere, i mediatori, nella sfera economica, hanno diritto a delle percentuali sugli affari conclusi. Ma come tutti i filosofi ghiotti di concetti, Sartre afferma che proverà e riproverà, galileianamente, se questo concetto "può andar bene, nella realtà".
Quindi occorre aspettare. Sartre non ha fretta. Ogni ipotesi esige una lenta verifica. Ma la realtà di cui parla Sartre è il libro dei sogni: cioè la smorfia. E i concetti non danno i numeri per vincere alla lotteria di classe. I concettivori vanno soggetti a delirio, spesso. E nel delirio la realtà non è più realtà, ma allucinazione.
Ed ecco quindi il nuovo intellettuale, a mezzadria tra le masse povere e la ricca borghesia, adoratrice ed esaltatrice della fu coscienza infelice dell'intellettuale classico massificato.
E Sartre, umilmente, si confessa all'intervistatore:
"Non dimentichi che ho sessantasette anni e che, dunque, rappresento il classico intellettuale invecchiato nella routine (diritti di autore e incassi di provenienze varie). La mia coscienza infelice ha avuto tutto il tempo di svilupparsi e di ingrassare!" (Finalmente una verità che fa onore al filosofo, massificatosi, per il momento, con il pensiero e con il solo corpo, avendo lasciato, in banca, la coscienza infelice sotto forma di banconote.) "Perciò ovviamente, non posso cambiare con la stessa naturalezza con cui cambia chi ha vent'anni. Ma nell'istante in cui ho sentito che l'impegno non bastava più, ho cambiato comportamento. Oggi sono molto più vicino alle masse, spesso addirittura "con" le masse: voglio dire fisicamente insieme con loro. E lì che bisogna essere."
Ma l'interlocutore incalza:
"Per far cosa?"
E Sartre: "Semplicissimamente, non faccio più le stesse cose di prima. Mi occupo adesso continuamente di trovare un tetto a inquilini arbitrariamente sfrattati, o semplicemente alloggiati in catapecchie."
Sembra di ascoltare una di quelle vecchie signore che si dedicano alle opere pie. Ma questo e ben poco. Anche mogli dei banchieri o degli industriali, per varie e vaghe ragioni risolvono questi casi dolorosi. Fanno entrare nell'ospizio il vecchio mendicante; ricoverano l'orfanello; fanno l'elemosina ai finti ciechi o possono anche trovare un alloggio a una povera madre di famiglia sfrattata. Ma per Sartre tutto questo è poco: è talmente poco che non andrebbe nemmeno dichiarato. E come se un milionario dicesse: ho dato oggi cinque lire a un povero sciancato: "da questo momento non faccio più le cose di prima."
Ma Sartre allunga la lista delle beneficenze:
"Devo andare a manifestazioni su questi temi e ci vado. Di solito mi chiedono di fare una dichiarazione, e io la faccio". Costa così poco. È come se si distribuissero strette di mano o frasi di auguri.
"Succede una cosa piuttosto strana: tutti coloro con cui lavoro hanno come me orrore del divismo, ma da un certo punto di vista mi sfruttano come un divo e io cinicamente acconsento."
Ma anche questo è un modo per stare a galla. Divismo e antidivismo sono fratelli di latte. Sanno ambedue di esibizionismo.
Sartre è nato divo. Desidera che si parli di lui sia tra i borghesi sia tra i giovani. È un modo per immortalarsi da vivo.
Rifiuta il premio Nobel perché il rifiuto gli rende, sul piano editoriale, più soldi e più notorietà dello stesso premio. Dietro ogni "ontologo" si nasconde il "soldologo" e l'ambizioso. L'intellettuale a mezzadria è un divo ermafrodito, degno di essere immortalato da Prassitele.
Infatti: "Non vado alle manifestazioni semplicemente per aiutare i senzatetto a trovarsi una casa". (Ha detto "a trovarsi una casa"; e qui c'è da pensare che la presenza di Sartre fra i senza tetto sia un pungolo affinché codeste povere persone si diano da fare per trovarsi, da sole, ben inteso, un tetto qualsiasi). "Invitano la stampa e ci sono anch'io, con il mio nome. Faccio la mia parte, e i miei amici fanno la loro, che è di aiutare gli sfrattati a (trovarsi un tetto)".
Siamo sul piano della calcolata filantropia. E io ho sempre sospettato di cinismo i filantropi. Si proclamano generosi per liberarsi da un senso di colpa. La filantropia rasenta il paternalismo e, a voi te, il bigottismo, che è la coscienza marcia di chi sa di sfruttare qualcuno o qualcosa. Francesco di Assisi faceva molto, ma molto di più di Sartre. Non fu innanzitutto un filantropo. Semplicemente amava le creature, tutte. E ai senza tetto avrebbe dato il suo tetto. Ai senza pane, il suo pane.
E se non avesse avuto pane, cioè nulla da dare come vitto, avrebbe detto a frate Leone o a un altro: venderemo la Bibbia e così potremo aiutare questa povera donna che ha fame.
La filantropia, invece, è la religione dei rivoluzionari con la polizza di assicurazione. E poi, poi, con la filantropia e l'intelletto rivolto a sinistra s'incassano miliardi. Questa è la mistificazione più cinica de "I tempi moderni". Infatti, subito dopo, il piccolo Danton aggiunge:
"Metto a frutto la mia notorietà. In questo momento al governo non fa comodo arrestarmi, e io ne approfitto per proteggere le dimostrazioni." La Polizia francese è veramente ammirevole. Non arresta Sartre per la semplice ragione che non lo ritiene pericoloso e anche perché, in fondo, si diverte a vederlo.
E Sartre continua: "L'altro giorno alla Goutte d'or (anche i luoghi pubblici, per Sartre, sono midacee gocce d'oro) ho parlato a operai immigrati. C'erano duecento poliziotti, con le camionette pronte dietro l'angolo (fa pensare Charlot fra i poliziotti), ma non hanno fatto neanche una mossa: "C'è Sartre, giù le mani!" (Divertentissimo!) E naturalmente nessuno mi ha messo le mani addosso. Ho avuto la possibilità di parlare, l'hanno avuta anche altri, ma a un certo punto abbiamo sentito dire da uno dei poliziotti: "Aspettiamo se ne vada lui, e poi piomberemo sugli altri"". La frase mi sembra inventata. Comunque, accettandola per vera, c'è &empre da ridere per il modo come, a Parigi, la polizia riesca a divertirsi alle spalle di Sartre.
"Risultato: sono stato l'ultimo ad andarmene.". Beati gli ultimi poiché saranno i primi! Questa scena mi ricorda una barzelletta che Petrolini raccontava spesso. Un oratore, rimasto solo in una sala, continuava a parlare. Fu avvicinato dall'inserviente che doveva rincasare. Maestro, disse rispettosamente costui all'infaticabile oratore: quando avrà finito di parlare, spenga la luce. L'interruttore si trova a destra uscendo.
"Da principio - racconta Sartre - andavo ai comizi e sentivo gli amici dire: "sempre la stessa storia del divismo". Adesso capiscono. Per loro io non sono un divo: mi danno del tu (e anche questo costa ben poco), andiamo d'accordo. Ma essi capiscono anche che le cose con la borghesia vanno in questo modo e noi ne approfitteremo finché ne varrà la pena. Per il momento funziona."
E io penso che le cose continueranno a funzionare così in eterno dal momento che questa specie di rivoluzione si risolve in una delle solite chiacchierate pubbliche dove si sprecano parole, parole, soltanto parole. E si può mai pensare ad una borghesia che lasci liberamente circolare o presiedere comizi un rivoluzionario serio? Finché si chiacchiera, le cose non mutano, mai, anche per gli sfrattati e i senza tetto.
I comizi, soprattutto quando durano per anni, sono un palliativo, uno "sfogatoio rivoluzionario." Ed è un bene per tutti.
"Comunque - aggiunge Sartre quasi per darsi coraggio - ci sono sette processi in corso contro di me come direttore di La cause du peuple, ma per ora sembra che non ne vogliano far di nulla." Sembra di udire un personaggio di Pirandello o, per essere più attuali, un divertente fantasma di Jonesco.
"L'istruttoria è chiusa, ormai, potrei essere processato domani, ma evidentemente non è un argomento all'ordine del giorno. Il primo processo, che non ha avuto neppure un'udienza, risale al giugno 1971." Ma si capisce bene, troppo bene che i borghesi non processeranno mai Sartre. Perché privarsi di tanto divertimento? Chissà come e quanto rideranno per il fatto che il filosofo non riesca ancora a diventare un martire della "cause du peuple". Non lo arrestano, non lo processano, lo lasciano circolare e parlare perché vogliono divertirsi. Cinismo contro cinismo. Sartre che spera di diventare, da un giorno all'altro, martire della rivoluzione, e la borghesia che gli nega questo ambitissimo privilegio. E Sartre ha il coraggio, involontariamente umoristico, di raccontare tutto questo come se si trattasse di una cosa seria.
L'interlocutore gli domanda:
"Lei ha cambiato anche modo di vestire. Gente che ride a vederla in giro, alla sua età, vestito come quelli di sinistra..".
E il giovanissimo Sartre - dico giovanissimo perché Sartre, essendo nato vecchio, via via che esiste, si avvia verso la beata condizione di neonato - risponde:
"Lo so. L'immagine dell'intellettuale classico con colletto, giacca e cravatta, non mi è mai piaciuta. Mi ci sono trovato a mio agio soltanto di estate quando potevo togliermi la giacca (ma chi gli avrebbe mai impedito di togliersela anche d'inverno o di autunno?) e mettermi in maniche corte". Ma c'è bisogno di arrivare alla soglia dei settant'anni per indossare indumenti di proprio gradimento? Io ho sempre vestito nel modo più bizzarro. Per esempio, all'età di sette anni indossavo i panciotti di mio nonno che erano più lunghi della mia giacca e me ne andavo in giro con la massima naturalezza. Mi sono vestito alla russa, messo cravatte che sembravano corvi attaccati al collo. Mi radevo i capelli col rasoio e ungevo il mio cranio con olio di ricino. A quindici anni, pur avendo un'altezza quasi nanesca, indossai i pantaloni lunghi di un mio zio per illudermi di essere diventato un giovanotto e avere così libero accesso nelle case chiuse. Ma invece il nostro Jean-Paul si compiace di raccontarci come ha compiuto la sua prima e grande rivoluzione sul piano degli indumenti, intimi o da parata.
"Ora che ho abbandonato i più profondi principi di quella mia coscienza infelice, ho cambiato anche modo di vestire." E già, prima, con la coscienza infelice, egli era costretto a indossare vestiti luttuosi o in grigio-fumo. Trattandosi di un classico intellettuale, dotato di una coscienza infelice straricca di principi profondi, non poteva che vestire di nero, con cravatta a palline nere, gli occhiali cerchiati di nero e le giacche a doppio petto con fazzolettino, nero, al taschino.
Infatti "non porto più giacche, ma giubbotti, come questo che ho oggi. Non porto più quei vestiti che si comprano dal sarto (si èmesso a lottare non soltanto contro i borghesi, ma anche contro i poveri artigiani) ma jeans e camicie sportive, che si possono comprare in qualsiasi negozio".
In quale stato deve potersi ridurre un filosofo che, avendo avuto il dono di essere nato vecchio, ebbe, un tempo, commercio e scambi con idee di un certo peso. Ma oggi, che desolazione!
La rivoluzione passa dai sarti ai supermarket. Sartre giubbottista somiglia a un mio personaggio che dice, modestamente: "Giacché non posso rivoltare il mondo, mi sono rivoltato la giacca". Ma il mio personaggio non ha avuto la fortuna - e che fortuna - di possedere una redditizia coscienza infelice.
Ma seguiamo Sartre, giovanile guardarobiero di se stesso.
"A Venezia nell'estate del '68 (sembra che evochi una grande data rivoluzionaria) comprai il giubbotto che porto oggi. Adesso èun po' rovinato, ma allora aveva un bell'aspetto (dunque, l'eleganza piace ancora al nostro pensatore con camicia a mezze maniche?) E quando lo comprai mi dissi: d'ora in poi porterò soltanto roba come questa. Era subito dopo le dimostrazioni di maggio, e pensai: (ancora un barlume di pensiero classico ma felice) "finalmente, alla mia età, ho acquistato la libertà di vestirmi"". Come se prima andasse in giro povero e nudo, proprio come la filosofia. Ma come può un intellettuale ridursi a tanto? Non riconosco più Sartre, filosofo che affermò, forse senza accorgersene, che noi esistenti siamo condannati alla libertà sin dalla nascita. Ed egli acquista questa benedetta libertà, ivi compresa quella di vestirsi, alla fausta età di 67 anni? Non credevo proprio che arrivasse a tanto questo classico intellettuale che noi, malgrado i suoi attuali capricci di ragazzotto, continuiamo a stimare, per quel che ha scritto quando era veramente vecchio e rivoluzionario meno esibizionista.
Ma seguiamolo nella sua odissea vestiaria:
"Per anni avevo pensato (è un po' troppo per un filosofo) che l'abito borghese, giacca e pantaloni in accordo, camicia bianca, cravatta, fosse orribile, ma allora avrei detto soltanto: è orribile, ma bisogna che lo porti, altrimenti mi prendono per un matto! Insomma mi ero rassegnato. Adesso non mi rassegno più". Ho conosciuto e conosco una infinità di borghesi che, da anni, indossano giubotti camiciole, vanno in giro in slips, si vestono insomma come loro garba. Io stesso, del resto - l'ho già detto - ho sempre indossato indumenti di mia fantasia. E questo mi è accaduto perché non sono nato vecchio, ma ho percorso la cronologica gerarchia delle età con una coscienza poetica e non infelice. Sono un poeta, il più ignorato, e questo mi ha salvato, dico: mi ha reso libero sin dalla infanzia. Ma Sartre è un filosofo e i filosofi, si sa, mentre sono miliardari d'idee o di concetti, sono assolutamente poveri di immaginazione e di umorismo. Nascono col complesso del lutto stretto, si sentono i gerenti responsabili, e anche irresponsabili, del dolore universale. Ma, vivendo e avvicinandosi a l'età lieta della puerizia, possono permettersi certe stravaganze. Meglio tardi che mai nel disporre della propria libertà.
E l'interlocutore incalza:
"Rifiutare di vestire l'uniforme della borghesia, certo... Ma basta secondo lei a causare davvero preoccupazioni tra le file della borghesia?"
E Sartre giubbottista risponde:
"No certo. Ma la borghesia ha molti altri motivi di preoccupazione. Si sente e si vede ogni giorno. Non ha più ideologia". E questo, francamente, per essa è un bene. Si è liberata finalmente di un enorme e ingombrante e inutile peso mentale. I borghesi devono pensare a produrre, a sfruttare e ad arricchirsi. Certe ideologie le regalano a Sartre e compagni perché ne facciano scorpacciate nei libri o nei comizi. La borghesia ha le macchine, le banche e il potere politico. Agli intellettuali classici e rivoluzionari regala volentieri gli spuntini ideologici.
"L'ideologia borghese risale all'Ottocento." Si potrebbe farla risalire anche al Settecento e perché non al Cinquecento e a prima?
"Oggi tutto quello che la borghesia può fare è inventare leggi: è il suo modo di combattere."
E su questo punto ci sarebbe da smentire Sartre. Se la borghesia è ancora padrona della struttura, in molti paesi e anche in Francia, se non è padrona, orienta, dirige in una certa direzione le sue sovrastrutture, cioè le ideologie. Esistono anche oggi ideologi borghesi, dotati, naturalmente, di coscienza felice, dal momento che sono, totocorda, con la classe che li nutre, li alleva e li ingrassa.
Ma continuiamo ad ascoltare il maestro in blue-jeans:
"Ma siccome si trova perseguitata da giovani che sono non meno borghesi di lei - molti maoisti sono borghesi - così ha inventato un nuovo razzismo, il razzismo antigiovanile ". Ma quei giovani maoisti che in Europa si agitano fanno invece esattamente il giuoco della borghesia. Lenin, che s'intendeva di queste cose, non sarebbe d'accordo sulla sartriana tesi. Ogni estremismo, soprattutto oggi che sono in crisi finanche i sistemi economici collettivistici, in Russia e in Cina, resta una grave forma d'infantilismo politico. E Sartre arriva proprio in tempo per fare da balia a questi turbolenti maoisti senza la Cina e senza Mao, ma con Citroén e conti in banca. Poi, a me sembra che vada inoltre precisato se sia nato prima il razzismo degli anziani contro i giovani, o il razzismo di questi ultimi contro gli anziani.
La verità è che i giovani, come ho già detto, si sentono già vecchi, non sono cioè in regola con l'età come non è in regola con l'età lo stesso Sartre.
E i giovani hanno inventato la moda dell'antianzianità, avendo dentro di loro una vecchiaia precoce. Mentre gli adulti, rimasti dentro un po' giovanili, s'illudono di fare concorrenza ai giovani. t tutto. Il razzismo se lo inventa Sartre, che si trucca da giovane per non essere scambiato per anziano. La borghesia, in tutto questo, c'entra e non c'entra. La lotta di generazioni è sempre esistita. Ma si è ingigantita nell'era dei consumi e della libera circolazione della droga, in polvere e in parole.
"Che pensa - dice l'intervistante - di questa definitiva frattura tra le forze rivoluzionarie e l'Unione Sovietica? Dopo tutto lei èstato per trent'anni compagno di strada dei comunisti..."
E Jean-Paul: "Trent'anni. Mi pare un po' troppo". E a questo punto Sartre evoca i vari periodi di vicinanza e di distacco dai comunisti. Parla di pace e di guerra con il P.C.F. E a tal proposito devo fare anch'io una precisazione.
Ho conosciuto personalmente Sartre e ho avuto con lui lunghe cordiali conversazioni. Lo stimavo per un complesso di ragioni. Si era nel 1949. Eravamo seduti al caffè Berardo. La conversazione durò circa tre ore e si parlò naturalmente di politica, in particolare e in generale. Sartre mi raccontò dei suoi dissensi con i comunisti francesi, dogmatici, non fedeli interpreti del metodo di lotta marxistica e di altre controversie ideologiche. Si parlò infine della Russia. Sartre ne criticò la politica, ma sembrava preoccupato della piega che stava prendendo il comunismo nel mondo. Io gli dissi di non meravigliarsi, di non amareggiarsi troppo. Non c'era più nulla di rivoluzionario da aspettarsi dalla Russia. L'Unione Sovietica, attraverso una rivoluzione, - dissi - è ormai uno Stato come gli altri, se non più potente degli altri. E uno Stato, obbiettivamente parlando, ha le sue ragioni che non sono più le ragioni ideologiche e rivoluzionarie. Dalla Russia, dissi, c'è da aspettarsi tutto quello che può fare uno Stato basato sulla forza. Dicevo questo non per criticarla, ma perché volevo indurre Sartre a non illudersi sulla "ragione rivoluzionaria". Precisai ancora che i partiti comunisti nel mondo erano fatalmente destinati ad essere influenzati più che dalla ideologia rivoluzionaria, dalla politica estera di uno Stato, che si riteneva, e si ritiene appunto perché forte, guida dei partiti comunisti. Sono i guai della rivoluzione in un solo paese e della teoria dello "Stato guida". "Guida", s'intende, che, in quel periodo, s'identificava con Stalin.
E Stalin - dissi - è uno statista e, per di più, un dittatore che "difende" gl'interessi "del popolo russo" come del resto fanno normalmente i Capi degli Stati borghesi.
Sartre era in parte d'accordo, ma restava legato al mito della rivoluzione mondiale. Espressi i miei dubbi e arrivai a prospettare, ed era logico che me lo prospettassi, che la Russia, ormai, disporrà di vita e di morte di tutti quegli Stati in cui il comunismo è stato imposto senza rivoluzione, cioè d'ufficio e in seguito agli accordi di Yalta.
Sarebbe troppo rischioso per la Russia non disporre della vita degli altri paesi socialisti.
Gli risposi che ciò era nella natura delle rivoluzioni importate e imposte di autorità. Non c'era da meravigliarsi se un giorno o l'altro, qualora si fosse verificato qualche evento antirusso - non anticomunista - in una delle repubbliche popolari dell'Est, noi avremmo assistito a un intervento armato della Russia in quel paese.
Sartre non voleva credere; per lui, ideologo in buona fede, la Russia era, sì, pericolosa, ma non sarebbe arrivata a tanto. C'erano, in fondo, anche i partiti comunisti dell'occidente. Ed io incalzai ricordandogli, più che Hegel e Marx, Machiavelli.
Uno Stato è sempre uno Stato di forza, sia per i propri sudditi-cittadini, che per gli altri Stati che ritiene più deboli. Marx non c'entra più. Né l'internazionale comunista può sfuggire a questa ferrea legge dello Stato-forza, che si proclama "Stato guida".
La Russia, gli dissi, non tradisce nessuno. Difenderà la sua forma di "Stato socialista" nel modo più risoluto. E poi non dimentichi Stalin. Con Stalin si scherza poco. Prima di essere un ideologo, egli è uno statista e, per giunta, un dittatore temibile e molto sospettoso. Lei si è illuso credendo che fosse possibile la dittatura del proletariato quando una rivoluzione crea, di fatto e sempre, uno Stato più potente di quello che distrugge.
"Ma allora il comunismo nel mondo è definitivamente compromesso!" - disse Sartre.
Si capisce che è compromesso. E così. "Ma allora il marxismo è stato tradito?"
Non è stato tradito. C'è da dire soltanto che Marx si sbagliava circa la natura della rivoluzione, che avrebbe abolito lo Stato. Lo Stato è insopprimibile perché è nella natura umana, illuminata o non illuminata da principi di giustizia o di libertà. L'istituto del potere, l'esercizio del potere, prevalgono (ero in parte d'accordo con lui sul piano morale e ideologico ma il buon senso e la storia mi facevano dissentire da lui sul piano politico e quindi storico). E gli dissi anche -con quello scetticismo tipico di chi ha di recente fatta una esperienza politica basata sull'ingenua speranza nella possibilità di una rivoluzione in Italia - che, secondo me, molti rivoluzionari, in fondo, non sono che degli apprendisti tiranni. Sartre dissenti perché era invece convinto che le cose sarebbero ben presto mutate. Le cose invece si svolsero come avevo previsto senza dare a tale previsione alcun carattere di profezia. Non ero troppo filosofo né troppo "intellettuale classico" per continuare a credere alle illusioni rivoluzionarie di qualsiasi tipo.
Oggi, Sartre, rispondendo al suo interlocutore dice:
"Non mi rappacificai con loro (allude ai comunisti francesi) fin verso il 1951-52, ma questa pace finì nel momento in cui i carri armati russi entrarono a Budapest... l'intervento sovietico mi riuscì intollerabile perché si esercitava ai danni di un paese libero ed alleato. Per questo ruppi con i comunisti".
Quindi rotture e rappacificazioni, ritorni all'ovile e poi di nuovo fughe. E tutto questo per voler sostituire alla politica l'ideologia. Sartre ha bisogno di queste ingenuità per sentirsi a volte solidale e a volte ostile a qualcuno o a qualcosa.
Non vuole assolutamente capire che qualsiasi Stato è uno Stato di forza. E che lo Stato segue la ragion politica e non quella ideologica o rivoluzionaria. Sartre, dunque, esce ed entra dalla solidarietà con i comunisti perché egli, in realtà, si batte contro i mulini a vento di una ipotetica caotica, "rigeneratrice" rivoluzione mondiale. E non sa che anche se questa rivoluzione di tipo nuovo dovesse verificarsi, a distanza di pochi anni sorgerebbe uno Stato ancora più tirannico, mostruoso, regolato, s'intende, dai rivoluzionari politici. I quali faranno fuori, a rivoluzione compiuta o durante la stessa guerra civile, gl'intellettuali rivoluzionari rimasti allo stato onirico, come per dire ingenuamente delusi. E su questo punto la storia dei processi, delle soppressioni, dei campi di sterminio e di concentramento instaurati nei paesi dove le rivoluzioni non soltanto eliminano la classe dominante, cioè la borghesia, ma inceneriscono, con un pericolosissimo fanatismo, gli stessi compagni di strada che osano opporsi alla volontà di potenza dei politici, ci offre tristissimi insegnamenti.
E Sartre, che è dotato di una potentissima e noiosa capacità analitica (alle sintesi arriva dopo dieci anni, ma per dire che si è sbagliato) racconta a Pierre Bérrichou i suoi viaggi turistici in Russia, i suoi rapporti con scrittori e artisti russi, nonché i suoi incontri con Kruscev.
Si dilunga nel dar rilievo al cattivo gusto artistico diffuso nell'Unione Sovietica e ai violentissimi discorsi fatti da Kruscev agli scrittori russi. Finalmente, dopo tanti viaggi di andata e ritorno nell'U.R.S.S., Sartre dice:
"Nel corso di parecchi viaggi in Russia, il mio disappunto crebbe e si approfondì".
Modestamente, in quel lontano 1949 mi ero permesso di esprimere il mio pensiero proprio nella direzione del disappunto. E non sono mai stato in Russia. Siccome sono poeta, intuisco, immagino ed è ovvio che preveda. Sartre è un filosofo e deve perdere tempo a sperimentare di persona - non ha fantasia, né artistica e né politica -. E un valente filosofo che ha scritto voluminosi trattati, romanzi e opere teatrali di una certa noiosa qualità.
"Così, anche prima della invasione della Cecoslovacchia, l'U.R.S.S. per me era finita. Sperai naturalmente (e ingenuamente aggiungo io) che non sarebbe entrata in Praga, ma sperare non significa nulla: c'erano almeno due o tre possibilità che l'avrebbero fatto. Dopo ho cessato ogni comunicazione con loro, non c'era proprio più nessun motivo". E perché attendere così a lungo quando c'era benissimo da prevedere tutto? Ho il dubbio che Sartre conosca bene i filosofi, ma conosce assai male Machiavelli e la storia. E ci sarebbe poi da ricordargli Hobbes.
E a questo punto devo fare un secondo riferimento ai miei personali rapporti con Sartre. Eravano seduti al caffè Rosati, in Piazza del Popolo, qualche giorno dopo che De Gaulle era stato eletto presidente della Repubblica Francese.
Sartre, naturalmente, era gongolante di gioia: non per De Gaulle presidente, ma perché aveva pubblicato sull'Express parigino (l'articolo fu poi pubblicato dall'Espresso di Roma) uno sfottente ritratto del generale.
Io personalmente, non stimo troppo i generali che fanno politica. Ma stimavo e ritenevo De Gaulle, più che un generale, un uomo di Stato. Aveva molti requisiti per esserlo.
Colto, onesto, coraggioso, signore, liberale, democratico, molto di più di quanto non lo siano i democratici di professione. E lo ritenevo dotato del senso reale della Storia. Lo giudicavo però con distacco.
La discussione con Sartre si animò. Gli feci capire che non era onesto, culturalmente e politicamente, criticare e burlarsi di un uomo pubblico appena due giorni dopo la sua elezione a Capo dello Stato. Bisogna attenderlo alla prova. Dissi a Sartre che avrebbe fatto molto meglio a fare il processo a quella miriade di radicali che dal 1934 in poi condussero la Francia, e intesi dire anche gli stessi lavoratori, alla rovina. E compresi, fra i responsabili di tanti disastri causati alla Francia, anche i socialisti di Blum e i comunisti di Torhez.
In fondo, il mio giudizio su De Gaulle era sereno e non mosso né da motivi ideologici, né da spirito partigiano. Era un uomo di Stato che principiava il suo mandato. Avremmo, perciò, dovuto aspettare per giudicarlo o per burlarci di lui. Sartre capì bene che il mio dissenso era mosso da obiettività politica e da semplice buona fede.
Ma a Sartre, come non garba il buon Dio, non garba nessun capo di Stato.
Ma io - gli dissi - i capi non li amo in quanto capi: li accetto perché essi sono, per fatalità, l'incarnazione dello Stato. Anch'io sarei per l'abolizione di qualsiasi Stato. Ma, come fare? Ci sarà sempre un uomo più astuto degli altri, rivoluzionario o reazionario, che dirà sempre, tacendo o parlando come il Re Sole: "Lo Stato sono io!"
Da quell'animata ma cortese discussione, ebbi ancora l'occasione d'incontrare Sartre durante un convegno della Comunità europea degli scrittori. In seguito, non ci siamo più incontrati.
Dopo aver dichiarato di aver cessato ogni comunicazione con la Russia, Sartre si sofferma a criticare Nixon, la politica estera cinese. A fare distinzioni tra politica e diplomazia: rivoluzione sociale e rivoluzione economica.
E poi di nuovo la Cina di Mao, i rapporti tra Russia e America e Russia e Cina.
Accetta talune cose, ne nega altre. Mao va bene all'interno, ma sbaglia sulla politica estera. La solita confusione per non voler capire lo Stato, gli uomini, la storia, i rivoluzionari, gli ideologi, gli intellettuali, classici o massificati. Non vuole saperne dello Stato. Ma gli Stati sono là, sulla terra, nati dai fascismi o dai comunismi. E gli uomini di Stato fanno quello che hanno sempre fatto gli uomini di Stato: giostrare, fare patti, alleanze, scambi, guerre, armistizi, trattati commerciali, importare, esportare. E Sartre, invece, enumera, noiosamente, i soliti schemi classisti: borghesia, masse, rivoluzione culturale. Infatti il nuovo oracolo, per il filosofo, è oggi la Massa. Questa immensa società anonima composta di uomini livellàti che devono agire, fare, giudicare, processare.
Rousseau era più chiaro: parlava di "Volontà Generale". Sartre, che è un materialista di tipo nuovo, usa il termine "Massa", come può usarlo un fisico. Un tempo in Italia, si diceva: "Mussolini ha sempre ragione". E finì male: finì con l'aver torto.
E oggi, con Sartre, possiamo mai dire: "La Massa ha sempre ragione?". Ma perché, chi lo ha stabilito? È come dire che l'Oceano Pacifico ha sempre ragione sol perché è più vasto del Mediterraneo.
Alla qualità, il massista Sartre sostituisce la quantità. Spera nelle future rivoluzioni culturali. Ma non vuol capire che le rivoluzioni, oggi giorno e nel mondo, le compie soltanto la tecnica. La dialettica si è spostata dalla storia umana alla storia dei minerali, manufatti dalla tecnologia associata al lavoro umano, il quale sarà via via sostituito dal lavoro delle macchine, queste nuove e pericolosissime abitanti del globo. La rivoluzione viene dalle viscere della terra e passa per i calcoli infinitesimali delle macchine elettroniche.
Come tutto ciò che afferma Sartre, e altri intellettuali, è terribilmente ottocentesco: "socialismo" "progresso", democrazia, razzismo, rivoluzione, comizi, barricate, fascismo, polizia, ideologie, masse ecc. Siamo ancora all'età tolemaica del pensiero politico. Ci si agita ignorando gli uomini condizionati dal mostruoso "progresso" tecnologico e ignorando che il mondo sta impazzendo per eccesso di stupidità e per il moltiplicarsi di abitanti angosciati.
Ma Sartre perde il suo tempo a dire che non è un maoista perché ha ormai più di trent'anni e non può più battersi contro la polizia. Sicché il maoismo consiste soltanto nel picchiarsi con la polizia?
Anch'io posso dire: non sono un maoista: ma non per la stessa ragione. Mao è una personalità politica della Cina, e io lo giustifico perché ha fatto una rivoluzione seria e guida, più o meno bene, il suo popolo. Ma io sono un italiano e vivo in un contesto sociale e storico che non è quello cinese. Essere in Europa maoisti non significa nulla: è soltanto scioccamente e politicamente assurdo.
Ma anche lo stesso Mao è condizionato dallo sviluppo tecnologico e scientifico. Anche lui dovrà fare i conti con i cinesi che aumentano, con le macchine e con i compagni concorrenti che hanno voluto, vogliono o vorranno strappargli il potere.
Dopo aver giudicato e non giudicato russi e cinesi, i quali «sono e non sono "comunisti"», Sartre risponde a Pierre Bérrichou sulla politica di Israele. E anche questo Stato viene in parte giustificato e in parte messo sotto accusa. Insomma, per il filosofo massificato non va nulla. Funzionano bene soltanto le pantere nere in America le quali sono coraggiose perché si battono, ammazzano gli americani. Fanno saltare in aria le case - "e mica una, un mucchio", "si ammazzano" per tenersi in esercizio.
Dice: "Le pantere nere" hanno già ammazzato molti dei loro Capi, si uccidono fra loro. C'è anche del semplice gangsterismo - la pura violenza americana - che non può essere trasformato in azione politica".
E anche in questo settore la faccenda rivoluzionaria non funziona per infantilismo, criminalità e mancanza di coesione.

su

Cerca nel sito
BIBLIOGRAFIA di Marino Piazzolla
aggiornata
OMAGGIO
A MARINO PIAZZOLLA
versione ONLINE
Vol. 1 - ANTOLOGIA
Vol. 2 - CRITICA
IL 5 PER MILLE PER
SOSTENERE LA FONDAZIONE PIAZZOLLA [2018]
Fondazione Piazzolla - Ritrovaci su Facebook
Fondazione Piazzolla - Seguici su Twitter
NEWS
- Giugno 2019
Pubblicazione
Il fiore della poesia colombiana d’oggi
- 3 Aprile 2019
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 248
VIDEO
- Aprile 2019
Pubblicazione
Il fiore della poesia boliviana d’oggi
- 03 Aprile 2019
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 248
- Gennaio 2019
Rivista "Fermenti"
n.248
- Novembre 2018
Pubblicazione
Scrivi!
- 24 Ottobre 2018
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 247
VIDEO
- 29 settembre 2018
Premio Città di Trento 2018 per la traduzione poetica a POESIE SCELTE di William Cliff
- Luglio 2018
Rivista "Fermenti"
n.247
- Maggio 2018
Pubblicazione
Enlures
- 14 marzo 2018
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 246
VIDEO
- 16 Marzo 2018
Serata dedicata a V. Krivulin, A. Mironov, E. Schwarz
- 11 Marzo 2018
Presentazione
Nel cristallo della stella Mizar
- 14 Marzo 2018
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 246
- Febbraio 2018
Pubblicazione
Nel cristallo della stella Mizar
- Dicembre 2017
Rivista "Fermenti"
n.246
- 23 Novembre 2017
Presentazione recenti titoli Fermenti
VIDEO
- Novembre 2017
Per Nencioni
con 35 lettere inedite
- 09 Agosto 2017
Incontro a S. Ferdinando di Puglia
- Giugno 2017
'900 OUT
Scrittori italiani irregolari
- 21 Aprile 2017
Presentazione
DISPACCI SENZA REPLICA
di Mario Lunetta
VIDEO
- 21 Maggio 2017
Giornata di studi
LEOPARDI TRA POESIA E FILOSOFIA
- 09 Maggio 2017
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 245
- In ricordo di
Giorgio Bárberi Squarotti
- 15 marzo 2017
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 245
VIDEO
- 30 Marzo 2017
Presentazione
Prove aperte vol.2
- 18 Marzo 2017
Vernissage
Le distanze tra i filari
- Marzo 2017
Quando il rumore della vita teme la propria eco
- 15 Marzo 2017
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 245
- Febbraio 2017
Pianisterie
- Febbraio 2017
Rivista "Fermenti"
n.245
- Gennaio 2017
PROVE APERTE vol. II
- Novembre 2016
LE ANCELLE DELLA REGINA MAB
- Ottobre 2016
DISPACCI SENZA REPLICA
Ragionamenti secondari su cultura e società
- 10 settembre 2016
Premio Feronia 2016 per la saggistica assegnato a Prove aperte vol. 1
- 14 giugno 2016
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 244
VIDEO
- 11 Maggio 2016
Incontro Tra qualità e tendenza: le voci di una letteratura che resiste
VIDEO
- 14 Giugno 2016
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 244
- Maggio 2016
Critica e storia
Rendiconti per il Duemila
- 25 maggio 2016
Incontro-dibattito su
Prove aperte. Materiali per uno zibaldone sui teatri
- Aprile 2016
Rivista "Fermenti"
n.244
- 11 maggio 2016
Presentazione La costituzione del testo e
Di traverso il Novecento
- 9 marzo 2016
Presentazione Il digiuno natalizio
- 25-26 febbraio 2016
Presentazione Il digiuno natalizio
- Febbraio 2016
Pubblicazione
Il digiuno natalizio
- 03 febbraio 2016
Presentazione Di traverso il Novecento
- 2 dicembre 2015
Presentazione Di traverso il Novecento
VIDEO
- 25 novembre 2015
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 243
VIDEO
- 20 novembre 2015
Presentazione Le due scarpe sinistre dei poeti
- Ottobre 2015
Pubblicazione
Prove aperte vol. I
- Ottobre 2015
Pubblicazione
La costituzione del testo
- Settembre 2015
Rivista "Fermenti"
n.243
- Presentazione 21 Aprile 2015:
FOTO e VIDEO
- Giugno 2015
Pubblicazione
Poesie scelte
- 20 Giugno
Inaugurazione mostra e conferenza:
Marino Piazzolla: poesia, arte, pensiero
- 20 Giugno-5 Luglio
Marino Piazzolla: mostra dipinti, disegni, sculture
- Giugno 2015
Pubblicazione
Le due scarpe sinistre dei poeti
- Testimonianze AUDIO:
Velso Mucci: letture
- Giugno 2015
Pubblicazione
Di traverso il Novecento
- Aprile 2015
Pubblicazione
Scritti diversi e dispersi.
Saggi
- 21 Aprile 2015
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 242
Leopardi. La cognizione del vero
- 18 Aprile 2015
Presentazione
Tenori
- Gennaio 2015
Pubblicazione
Leopardi.
La cognizione del vero
- Gennaio 2015
Pubblicazione
Tenori.
Il Pavone, l’Espada e il Salice piangente dal Barocco alla fine dell’Opera
- Dicembre 2014
Rivista "Fermenti"
n.242
- Luglio-Agosto 2014
Mostra Marino Piazzolla scultore. Hudèmata
- 17 Luglio 2014
Presentazione
La vocazione sospesa
- 18 Giugno 2014
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 241
NUMERO DA COLLEZIONE
- Maggio 2014
Rivista "Fermenti"
n.241
- Maggio 2014
Pubblicazione
Le verità della letteratura
- 26 Marzo 2014
Presentazione
La vocazione sospesa
- Marzo 2014
Pubblicazione
Le mie teorie eretiche
Conversazioni a Radio France Culture
- 13 Dicembre 2013
Scritture in movimento
Video
- 29 Ottobre 2013
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 240
Video
- Dicembre 2013
Pubblicazione
Esilio sull'Himalayacon traduzione greca a fronte
- Ottobre 2013
Pubblicazione
La vocazione sospesa
- 29 Ottobre 2013
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 240
NUMERO DA COLLEZIONE
- Ottobre 2013
Rivista "Fermenti"
n.240
- Testimonianze VIDEO
Conferenza Concerto
Il passaggio come luogo poetico
- 16 Aprile 2013
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 239
Video
Foto
- Febbraio 2013
Rivista "Fermenti"
n.239
- Fahrenheit Rai Radio 3:
Su Lo scrigno del dialetto
Meli Porta Belli Di Giacomo
- PREMIO
PENNE - PIAZZOLLA 2012
Vincitori
Motivazioni
Foto
- Intervento inedito
di Donato Di Stasi
su Biancamaria Frabotta
vincitrice
Premio Penne-Piazzolla
Poesia Edita 2012
- Intervento inedito
di Maria Grazia Calandrone
su Biancamaria Frabotta
vincitrice
Premio Penne-Piazzolla
Poesia Edita 2012
- PREMIO
PENNE - PIAZZOLLA 2012
1 dicembre 2012
INVITO
- Recensione da "L'Unità":
Lo scrigno del dialetto
Meli Porta Belli Di Giacomo
- PREMIO
PENNE - PIAZZOLLA 2012
POESIA EDITA E INEDITA
- Recensione:
"Fermenti" n.238
- Testimonianze VIDEO:
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 238
- Testimonianze VIDEO
Presentazione
Lo scrigno del dialetto
- Recensione:
Testimonianze critiche per
Marino Piazzolla poeta vol.2
- Testimonianze VIDEO:
04 Marzo 2008
Le voci della città
Poeti a Roma (1950-2000)
Cardarelli - Insana
- Maggio 2012
Pubblicazione:
Lo scrigno del dialetto
Meli Porta Belli Di Giacomo
- Testimonianze VIDEO:
11 Marzo 2008
Le voci della città
Poeti a Roma (1950-2000)
Jacobbi - Villa
- Aprile 2012
Pubblicazione:
Atti dei Convegni
per il Centenario della nascita
di Marino Piazzolla
- Aprile 2012
Pubblicazione:
Testimonianze critiche per
Marino Piazzolla poeta
Vol. 2
- 2 maggio 2012
Conferenza-Concerto
Il passaggio come luogo poetico
- 20 marzo 2012
Presentazione
Esilio sull'Himalaya
- Recensione:
L'Eremita di Roma.
Vita e opere di Giorgio Vigolo
- Testimonianze VIDEO:
18 Marzo 2008
Le voci della città
Poeti a Roma (1950-2000)
Rosselli - Frabotta
- Testimonianze VIDEO:
15 Gennaio 2008
Le voci della città
Poeti a Roma (1950-2000)
Folgore - Ottonieri
- Testimonianze VIDEO:
12 Febbraio 2008
Le voci della città
Poeti a Roma (1950-2000)
Sinisgalli-Di Francesco
- Testimonianze VIDEO:
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 237
- Testimonianze VIDEO:
29 Gennaio 2008
Le voci della città
Poeti a Roma (1950-2000)
Marè-dell'Arco
- Testimonianze VIDEO:
18 Dicembre 2007
Le voci della città
Poeti a Roma (1950-2000)
Gatto-Spaziani
- Testimonianze AUDIO:
1995 "Omaggio a Piazzolla"
- Testimonianze VIDEO:
"Omaggio a Marino Piazzolla"
sulla RAI nel 1992
- Testimonianze VIDEO:
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 224
- Marino Piazzolla, ovvero l’erranza e il sangue della poesia
in "Frontiere", 2011
- PREMIO
PENNE - PIAZZOLLA 2011
Vincitori
Motivazioni
Foto
- Testimonianze VIDEO:
Conferenza-Concerto
Piazzolla Interprete del Novecento
- Testimonianze VIDEO:
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 227
- Settembre 2011
Pubblicazione:
Rivista "Fermenti" n. 237
- María Zambrano:
Il poeta italiano Marino Piazzolla
in Luoghi di Poesia,
Bompiani 2011
- Settembre 2011
Recensione:
Quaderno brasiliano
- Agosto 2011
Recensione:
Sconnessioni
- Luglio 2011
Recensione:
Dalla parola al silenzio
- Luglio 2011
Recensione:
Esilio sull'Himalaya
- Giugno 2011
Recensione:
L'eremita di Roma
da RAI News 24
- Intervento critico
di Canio Mancuso
- Testimonianze AUDIO:
"Le voci della città"
conferenza su
Edoardo Cacciatore e
Francesco Muzzioli
- 5 Aprile 2011
Presentazione n. 235
rivista "Fermenti"
VIDEO
FOTO
- Testimonianze AUDIO:
"Le voci della città"
conferenza su
Giorgio Vigolo e
Mario Socrate
- Testimonianze AUDIO:
"Le voci della città"
conferenza su Angelo Maria Ripellino
- 18 Maggio 2011
Presentazione sotto
l'egida della fondazione
- Testimonianze VIDEO:
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 226
- Marzo 2011
Recensione:
"Fermenti" n. 236

Testimonianze:
Piazzolla: "Porto a spasso la vita"
- Febbraio 2011
Recensione:
L'eremita di Roma
- Febbraio 2011
Nota di lettura:
Esilio sull'Himalaya
- Gennaio 2011
Recensione:
Hudèmata
- Gennaio 2011
Pubblicazione:
Rivista "Fermenti" n. 236
- Gennaio 2011
Recensione:
Esilio sull'Himalaya
- Dicembre 2010
Pubblicazione:
Dalla parola al silenzio
di Marco Lazzerini
- Dicembre 2010
Pubblicazione:
Esilio sull'Himalaya
di Marino Piazzolla
- 27 Novembre 2010
PREMIO PENNE - PIAZZOLLA
PREMIAZIONE
MOTIVAZIONI
FOTO
- 12 Novembre 2010
Presentazione n. 235
rivista "Fermenti"
VIDEO
FOTO
- Novembre 2010
Pubblicazione:
Quaderno Brasiliano
di Ruggero Jacobbi
Marino Piazzolla "Controvento"
da "Paideia"
- Settembre 2010
Pubblicazione:
L'eremita di Roma
Vita e opere di Giorgio Vigolo
- Sezione VIDEO:
Hudèmata Actabat
maggio 2008
- Sezione AUDIO:
Interviste a Piazzolla
per France Culture
1978
- PREMIO "GIACOMO LEOPARDI"
Premio speciale Fondazione Piazzolla
Il vincitore
Premiazione 29 giugno 2010
- Giugno 2010
PUBBLICAZIONI
- 2010 L'ANNO DEL CENTENARIO
LE MANIFESTAZIONI
S. FERDINANDO DI PUGLIA
29 Maggio
- 2010 L'ANNO DEL CENTENARIO
LE MANIFESTAZIONI
ROMA 12 Maggio
- 2010 L'ANNO DEL CENTENARIO
LE MANIFESTAZIONI
ROMA 12 Maggio
VIDEO
- 2010 L'ANNO DEL CENTENARIO
LE MANIFESTAZIONI
URBINO 21-22 Aprile
- 2010 L'ANNO DEL CENTENARIO
LE MANIFESTAZIONI
URBINO 21-22 Aprile
VIDEO
- 2010 L'ANNO DEL CENTENARIO
- 20 Apr 2010
Seminario Univ. di Lille
su Roberto Sacchetti
- Sezione VIDEO:
Presentazione
Rivista "Fermenti" n. 234
- Sezione AUDIO:
"Le voci della città"
conferenza su Velso Mucci
- Sezione VIDEO:
Intervista a
Hans Werner Henze
- Febbraio 2010
Pubblicazione:
Sole metallico, morbide lune
antologia con testo a fronte italiano-greco
- Sezione VIDEO:
RICORDO DI VITO RIVIELLO
27 Novembre 2009
- 28 Novembre 2009
PREMIO PENNE - PIAZZOLLA
PREMIAZIONE
MOTIVAZIONE
FOTO
- 1 Dicembre 2009
Incontro con l'autrice:
Assia Papp
- 17 Novembre 2009
Presentazione
I Teatronauti del Chaos
- 5 Novembre 2009
Presentazione Catalogo 2009
Fermenti Editrice