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Opere » Noterelle di revisione critica: Lo spirito classico di Leopardi

da "LA FIERA LETTERARIA", 21/5/1961

In un paese come l'Italia, distintosi dagli altri per aver ripetutamente, nella storia, dato rilievo alla sua tradizione di cultura umanistica, lo spirito del classicismo è stato quasi sempre deformato da interpretazioni e concetti che tutto ci hanno spiegato in modo più o meno convincente tranne il carattere reale del mondo antico, quale fu sentito ed espresso da quegli autori di opere poetiche e artistiche che, per aver dato una profonda e complessa interpretazione della realtà, furono e sono raggruppati sotto la definizione di autori classici.
L'esigenza di una tale qualificazione, se non fu sentita e compresa con matura consapevolezza da tutto l'Umanesimo, che pur criticamente aveva scoperto il valore e la funzione umana dell'arte antica per contrapporla a tutto lo spirito del Medioevo, fu isolata e compresa profondamente e in modo più dialettico durante il periodo romantico, e precisamente in un momento in cui tutta la speculazione filosofica e ogni attività artistica celebrarono l'autonomia dell'individuo, contrapponendola alla natura, alla realtà delle cose e dei fatti umani, all'ordine delle istituzioni civili e a quel rapporto morale e religioso che, anticamente, costituì per gli scrittori classici il piano della reale ricerca di ogni equilibrio umano e la misura di un'arte in cui necessità e libertà venivano assunte in un'unica dimensione.
Fu la filosofia e l'estetica del romanticismo a isolare e allontanare nel tempo lo spirito classico per ritenerlo dialetticamente superato da una sorta di furore creativo, razionale e irrazionale insieme, che poneva l'uomo artista nella condizione di una più spontanea e libera avventura, affinché egli, coll'arte, prendesse coscienza della sua solitudine, della sua terrena infelicità in un mondo ostile ai suoi impulsi e ai suoi sogni e perché conferisse alla stessa creazione un carattere di instabilità e di vaghezza, quale non si era mai riscontrato nella tradizione classica, intessuta invece di visioni più limpide ed armoniose della realtà, con la quale lo spirito degli scrittori e dei poeti mantenne rapporti costanti e vigili, proprio per dare alla creazione il carattere della durata.
La critica letteraria e la filosofia romantica, in sostanza, commisero un gravissimo errore di giudizio, non solo, ma di prospettiva e di comprensione, confondendo, in modo quasi barbaro, lo spirito classico con il neo-classicismo (gusto accademico formalistico) che non aveva, storicamente, nessun rapporto con quel potente intuito della vita e del mondo che noi possiamo scoprire studiando attentamente, e con senso illuminato, tutta l'arte del passato, antica solo cronologicamente, ma attuale proprio in virtù di una operante e luminosa sintesi tra l'uomo e il mondo, tra la fantasia e il pensiero, tra il cuore del poeta e tutti i segreti della vita vissuta sempre con un senso di altissimo equilibrio.
A salvarci dall'equivoco in cui si dibatteva la cultura italiana ed europea, ormai permeata in tutti i sensi dal fatto di dover essere romantica a tutti i costi pur di far Irionfare un'arte definitivamente libera, singolare e patetica per essere soltanto lamento di una coscienza infelice e sola, Leopardi, sin da giovane non solo aveva fatto il processo a tutta la cultura del suo tempo, ma aveva, altresì, per miracolosa affinità con gli autori antichi, assimilato l'essenza del classicismo e scritto pensieri e canti e meditazioni nelle quali ritornava a stabilirsi il rapporto dell'uomo con la natura e il senso vero e reale delle cose.
Senza muovere da alcuna istanza metafisica, senza nessun impeto di ribellione fallace, privo quasi di fanatismo individualistico, pur chiuso nella convinzione che il mondo e la realtà delle cose sono dominati da leggi luttuose e funeste, egli sa che l'avventura umana non può placarsi in uno strappo arbitrario compiuto dall'uomo in virtù di una presuntuosa disobbedienza alla necessità, approfondisce costantemente il rapporto tra il suo pensiero, abissale e creativo in ogni sua meditazione, con la natura, con la vita degli altri uomini, con la realtà totale, nella quale si trova inserito per destino e con la quale comunica giungendo a riflessioni che sembrano appunto antichissime, perché attuali e, senza dubbio alcuno, modernissime. In Leopardi, lo Spirito Classico si ripresenta nella sua totalità anche quando il suo cuore sembra necessariamente influenzato da certo pathos romantico, e anche quando egli da autentico sapiente che legge nelle cose, prende coscienza dallo stesso Romanticismo e con questa coscienza si muove nel tempo per recuperare, con più forza, lo spirito degli autori antichi, mentre si esprime, costruisce, pensa e interpreta fatti e stati d'animo con sereno distacco, proprio come nella natura di un autore classico.
L'opera di Leopardi, contrariamente a quanto dimostrò il Croce nel suo discutibile saggio, ne è tutta condizionata da una potente capacità speculativa; e si capisce che questa capacità speculativa dev'essere intesa nel senso classico, cioè meditazione sul reale fatta con quella accortezza fondamentale che non rende i pensieri simboli astratti di una presuntuosa ragione, ma li presenta come sereni giudizi sulle cose, come esperienze fissate in un ordine linguistico e sintattico che rivela l'intima struttura architettonica della ragione stessa, la quale non mistifica il rapporto dell'uomo con la realtà in un gergo che rivela soltanto quanto povero diventi il pensiero idealistico quando presume di risolvere in sé tutto il reale.
Leopardi, al contrario degli artisti, dei poeti e dei filosofi romantici italiani e di altri paesi d'Europa, pensa costantemente, riflette con accortezza e vigilanza gigantesca perché sa che i due elementi della meditazione, la realtà e l'uomo, devono coesistere proprio nel momento in cui l'uomo prende coscienza dei suoi limiti e con tale coscienza si distende nella realtà naturale ed umana con la sola ansia di chiarire in modo profondo questo tragico urto, arrivando a ordinare ogni idea e sentimento in una costruzione solida, oggettivata in parole che diventano quasi personaggi talmente sono veri, talmente vibrano della sua stessa umanità collocandosi, in modo altamente musicale, sulla pagina destinata a sopravvivere.
Questo poeta capì che il segreto della sopravvivenza di ogni testo poetico o filosofico deve la sua consistenza a una armoniosa sintassi della mente, la quale, per conservare il suo vigore creativo e meditativo, deve necessariamente lasciarsi visitare dalle infinite e molteplici visioni della vita reale, articolarsi con esse fino a scoprirne i nessi più dolorosi e più veri, senza mai cedere a impetuosi gesti di miscredenza, sia nella natura che nella realtà umana, dalla quale il poeta attinge serenamente tutte le vibrazioni per fissarle poi in un testo poetico o in un comprensivo testo di prosa con il fine di consolare l'uomo, anche quando egli racconta all'uomo la dolorosa vicenda di tutta la natura e della stessa storia umana.

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