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Opere » Turchiaro o della stilizzazione

dalla rivista Fermenti, anno XII, Ottobre-dicembre 1982

Aldo Turchiaro, Animali, disegno acquarellato, 1982

Aldo Turchiaro, Animali,
disegno acquarellato, 1982

Scrisse Camus ne « L'uomo in rivolta »: « L'arte è sempre stilizzazione ». Vedremo in che consiste tale stilizzazione. Lo stesso concetto ribadì nei suoi discorsi tenuti a Stoccolma ed all'Università di Upsala in occasione del conferimento del Nobel per la letteratura. Mi sono ricordato di questa definizione guardando i disegni acquarellati di Aldo Turchiaro: disegni che fanno corpo unitario con i suoi dipinti. Questo artista è innanzitutto un uomo del Sud: un mediterraneo. In lui confluisce una memoria arcaica-immagini e simboli fiabeschi e favolosi di uccelli, animali, pesci (in particolar modo il delfino) e la visione di una realtà — anch'essa naturale — di ciò che sa di metallico, di lucente, di stilizzato e soprattutto inventato dalla rivoluzione scientifica e tecnologica: rivoluzione che ha, come una gigantesca metamorfosi, trasformato i minerali — viscere della terra, quindi della natura — in oggetti che sono reali e nello stesso tempo straordinari, provocatori di sensazioni, percezioni ed ideazioni, che hanno del magico e dello stupefacente.
Su questa strada arcaica e tecnologicamente moderna si muove l'immaginario — per non dire l'inconscio — di Aldo Turchiaro. Di qui il suo stile che si risolve nel disegno e nel segno, con una tecnica che rende vibranti e laminati i suoi oggetti. Tali oggetti, però, hanno un'anima, esprimono appunto quel segreto innesto tra ciò che è arcaico (l'amore, la tenerezza ed anche la violenza degli animali e la vibrazione di una realtà che apparentemente ci sembra meccanica ma che, nella sostanza, resta natura (terra-aria-cielo ed acqua) metamorfizzata.
Quando Turchiaro opera, in lui si mettono in moto sensazioni, in conflitto apparente, ma che sfociano in una trasfigurazione favolosa del reale, ricca di paure, di stupori, di agguati e di suggestivi sfondi cosmici. Di qui nasce il suo stile, cioè la sintesi della sua interiorità più remota, solare, idilliaca, con l'apparente freddezza della sua tecnica. I suoi uccelli nascono da segni scattanti, in cui la vibrazione riempie lo spazio, la luce ed i colori, di una bellezza che è pura forma (disegno) e magia di sostanza profondamente rimossa da un immaginario ricco di sedimenti misteriosi. Come Van Gog, Turchiaro ha trovato l'innesto tra colore e segno. Da questi segni, carichi di una sottile tenerezza, viene fuori la sua fauna stupita e diffidente. Le sue colombe in attesa, i suoi delfini scherzosi ed a volte pateticamente innamorati di altri animali. Una fauna libera, assolutamente risolta in atteggiamenti che fanno pensare ad un'anima del mondo: a tutte quelle sfumature che poi sono segreti apporti di una ontologia ricca di sorpresa e di fascino. Turchiaro ama il mondo, il suo mondo popolato di acque lucenti, di lama, pensosi come personaggi che fanno blocco con l'uomo; di delfini scattanti dalle acque in cerca di amore e di un contatto fisico e metafisico con volatili — uccelli meravigliosi — che sono spinti quasi da un sentimento unificatore e struggente. Perché dunque apparizioni di animali e non figure umane?
Turchiaro predilige gli animali (non le bestie) perché essi, oltre a possedere un'anima, popolano il cielo, la terra e le acque, e come gli elementi sono naturalmente veri e simbolicamente archetipi: misteriosamente in noi. Il leone e la gazzella sono la forza e la tenerezza: due opposti che si completano affinchè lo spazio acquisti una segreta drammaticità. L'uccello-grillo, la pantera ed il delfino, l'antilope ed il leone, l'uccello variopinto, il cane, l'uccello verde con pallina rossa, delfino bianco, l'isola con nido, isola grigio scuro, uccello grigio con pallina verde.

Aldo Turchiaro, Animali, disegno acquarellato, 1982

Aldo Turchiaro, L'animaletto in paradiso, 1982

Poi appaiono le casette da fiaba. E qui il blu con le sue variazioni, è per Turchiaro il colore fondamentale: esso è la notte dell'anima, il fondo del cielo, il fondo del mare, forse il fondo della terra. C'è un passero solitario che sembra vero, immobile dal suo canto muto. Esso è di un grigio vibrante. Ritorna il motivo dell'isola: simbolo magico della solitudine nello spazio, nell'infinito e nella finitezza. Altri colori che Turchiaro predilige sono il verde, il turchese, il viola, il giallo, l'arancione, il bianco più bianco della carta, il rosa, il rosso: colori veri e segnati in una dimensione tutta animistica, direi quasi esoterica. Sono colori che occupano poco spazio e dilettano per la loro misurata magia. C'è l'uccello fiore-stellato. C'è il motivo dominante dell'occhio-vite. Un occhio ripetuto per una esigenza di dolce ossessione come si trattasse di un occhio cosmico, fissato ovunque: una sfera spaccata in due-orizzontalmente come una pupilla-retta: centro di uno spazio che si assottiglia fino a contenere il riflesso del mondo. Altra realtà-simbolo è la matita: una specie di sesto dito che giace appuntito in fondo al quadro, una matita in riposo, come fosse assorta dopo aver disegnato la volpe con il delfino, uccelli, casette, la volpe con gli arancioni quasi gialli. Ci viene incontro un fiume con anse; come fosse un serpente azzurro. C'è poi una petroliera con uccelli. Qui la meraviglia si trasmuta in curiosità, in diffidenza per poi fissarsi come stupore. Il motivo del delfino è dominante, come il motivo dei-rocchio-vite, della matita, della colomba. In questo artista il mistero si fa vibrazione di lamine, come xilofoni orizzontali, verticali, obliqui. E qui lo spazio si fa musica, si moltiplica in un ritmo, interno ed esterno all'immagine. Soprattutto gli uccelli sgusciano con una eleganza scattante e perfetta. Ecco ciò che noi intendiamo come stilizzazione: cioè ritrovamento dell'essenza dell'Essere. Rare volte appare la figura umana. In una di esse può intravedersi l'immagine del padre: un'immagine scura, quasi cupa come un tonfo dalla morte alla vita. In quest'arte esatta come un assioma occorre scoprire ciò che è presente come folgorazione e ciò che è segretamente invisibile. Qui Jung parlerebbe appunto di archetipi. Una geografia dell'anima che si ripresenta a cicli, con le sue stagioni favolose e la sua musica di fondo. Simboli dell'unità della creazione. Apparizioni di un aldilà che a noi si presenta come segno magico di un disegno dilatante, progettuale, proiettato in un infinito che si fa cosa muta, cromaticamente silenziosa. Vi è poi la necessità segnica di ripetere la figura del serpente. Nel rettile, l'eleganza assume un valore plastico di rara bellezza. La teoria della evoluzione potrebbe parlarci di una tipicità biologica: siamo stati rettili anche noi. Siamo stati trampolieri, lama, colombe, delfini, uccelli del Paradiso, leoni, pantere, uccelli-piloti, grilli, muli, bufali e finalmente uomini con occhi misteriosi, con mani operaie con cuore capace di contenere tutta la passione del mondo. Turchiaro è un artista che io definirei classico: cioè egli possiede la facoltà di stilizzare tutto: basta osservare quei trucioli di metallo quelle sue onde di acciaio vibrante, quelle sue architetture strutturate come delle autentiche astrazioni. E come ogni artista classico, Turchiaro è romantico, cioè ha la coscienza del recupero dell'arte, collocata sia nella storia che nella metastoria. E questa pittura è destinata a durare perché conserva sia la staticità dell'apparenza che la dinamicità dell'essenza: un'arte da considerare con tutti i crismi della bellezza.

Marino Piazzolla

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